Un babà di grattacielo. Napoli fuori dai cliché al Centro direzionale

Nella nuova epoca della leggibilità partenopea, a fare i conti con il Centro Direzionale, progettato negli anni Ottanta da Kenzo Tange, è ancora un giapponese, Takashi Homma. A sfogliare il suo volume di fotografie, Napoli Direzionale (C/O Bardi), sembra di guardare le foto del protagonista del film di Wim Wenders, “Perfect Days”


 

1 NOV 26
Immagine di Un babà di grattacielo. Napoli fuori dai cliché al Centro direzionale

Takashi Homma, “Napoli Direzionale”, C/O BARDI

Con la turistificazione di massa, ora che la città è presa d’assalto da orde di turisti pensionati, orgogliosi dell’alta velocità, della comodità di un volo Orio al Serio–Capodichino, ora che anche i crocieristi più timorosi si sono convinti a scendere dalle navi ormeggiate al Beverello, nessuno si stupisce più della presenza della metropolitana, addirittura dell’università. L’ultima curiosità che resiste è quella legata al Centro Direzionale: “Ah, ma avete anche i grattacieli a Napoli?”
Sì, li abbiamo. Se il Ryanair da Orio plana in una bella giornata di sole, il turista sfessato inizia a scattare già in alta quota: i laghi della zona flegrea, le scogliere di Posillipo, le innumerevoli finestre dell’immenso Real Albergo dei Poveri, e quasi non si accorge di atterrare tra un filare di grattacieli vetrati. Non è New York ma il Centro Direzionale di Napoli, a pochi minuti dalla stazione e dall’aeroporto, progettato negli anni Ottanta da Kenzo Tange. Per i campanilisti, qui, fino al 2010, c’era il grattacielo più alto d’Italia (la Torre Telecom supera di due metri il Pirellone).
Una volta a terra, però, se ne dimentica subito. Ci sono le file immense per una pizza ai Tribunali, quelle per il Cristo velato, la limonata a cosce aperte. Il paese dei balocchi ti porta da un’altra parte della città e tra i grattacieli non si fa in tempo a passeggiare. Per fortuna, verrebbe da dire: è uno dei pochi posti di cui i turisti non si sono ancora impossessati. Perfino a Scampia, tra le Vele abbattute, capita di incrociare un capannello di asiatici dietro l’ombrellino di una guida turistica.
Tra gli anni Novanta e i primi Duemila, per il cinema napoletano le torri del piano di Tange si sono prestate volentieri a fare da controcanto alla città cartolina. In “Libera” (1993), film cult di Pappi Corsicato, il primo episodio è ambientato nei cantieri del Centro Direzionale, dove Ninni Bruschetta si esibisce in una serenata neomelodica, non sotto il balcone di un vicolo, ma sotto quello di un grattacielo in costruzione. Come dimenticare il finale di “Certi bambini”, film dei fratelli Frazzi (da non confondere con quelli D’Innocenzo), tratto dal libro di Diego De Silva, quando il piccolo Rosario, dopo aver sparato a un uomo nei tunnel della metro, torna in superficie a giocare a pallone con gli altri bambini, nel piazzale del Centro Direzionale?
Nella nuova epoca della leggibilità partenopea, ora che il napoletano è diventato cool e ogni quartiere ha una sua autonomia turistica, anche il meno napoletano (vedi il Vomero), a fare i conti con il Centro Direzionale è ancora un giapponese, Takashi Homma. A sfogliare il suo volume di fotografie, Napoli Direzionale (C/O Bardi), sembra di guardare le foto del protagonista del film di Wim Wenders, “Perfect Days”, quello che pulisce i bagni pubblici di Tokyo, per intenderci: immagini nitide, scattate nel tardo pomeriggio, quando il sole comincia a sparire. Grattacieli, skater, scale mobili. Solo davanti alla foto di un parcheggio interrato, dove un graffito dice “Digos boia”, capiamo di non essere a Tokyo, ma a Napoli, Poggioreale. Il resto, nelle foto, non c’è: l’alto tasso di suicidi, la desolazione notturna, la prostituzione minorile, gli impiegati che a fine giornata sfrecciano fuori dagli uffici per prendere l’ultima Circumvesuviana.
Il fotografo è anche musicista. Alla presentazione del libro, negli spazi di Cabinet Milano, si è esibito in una performance sonora indossando una maschera da cavallo e strimpellando su una tastiera melodie alla Brian Eno. Prima di partire da Napoli ha scritto ai curatori: “Ho finito. Can I come back?”. Pure il fotografo giapponese, quando viene a Napoli, piange due volte, eccetera eccetera.