Lo stadio della discordia
Il progetto italiano dello stadio a Zagabria vince ma viene bloccato
Lo studio milanese VG13 si aggiudica all’unanimità la gara per il Maksimir, ma una campagna nazionalista sui social e il veto del premier Plenković rimettono tutto in discussione. Sullo sfondo, la battaglia tra architettura, politica e memoria del passato jugoslavo

Il rendering dello stadio contestato in Croazia (foto VG13)
Polemiche a non finire in Croazia per il nuovo stadio Maksimir di Zagabria. L’impianto dove gioca la nazionale è stato già modificato più volte, versa in cattive condizioni ed è in gran parte sprovvisto di copertura.
Il concorso, cui hanno partecipato 88 progetti da oltre venti paesi, è stato vinto a sorpresa da un piccolo studio milanese, VG13, di Tommaso Fantini e Alberto Rossi, entrambi 34enni, ed era dai tempi del concorso per il Centre Pompidou di Parigi che non succedeva una cosa del genere: Renzo Piano nel 1971 aveva più o meno la stessa età (vedi il nuovo libro scritto con Francesco Merlo, Tutto qui. La costruzione di una vita, Solferino). Come allora le polemiche impazzano, solo che oggi passano per i social network, che spaventano la politica più della carta. E così è arrivata la shitstorm.
L’hanno lanciata prima alcuni architetti locali, con rendering AI sarcastici che hanno raffigurato il nuovo progetto come uno scatolone o una cassetta per gli attrezzi. Poi tutto è degenerato in un crescendo di bot sovranisti. Il voto per il progetto italiano è stato unanime da parte dell’intera giuria, formata da rappresentanti del governo e della città oltre che da tecnici ed esperti come Zvonimir Boban, attuale presidente della Dinamo Zagabria. Nonostante questo, dopo pochi giorni il ministero dell’economia ha presentato un ricorso ufficiale. Il primo ministro Andrej Plenković, come fosse un monarca, ha detto che il progetto non gli piace, dando così il via alla marcia indietro.
Non c’è solo il precedente del Pompidou, che alla fine la spuntò nonostante tutte le critiche per l’inserimento di una grande macchina architettonica nel Marais. C’è anche quello dell’ampliamento della National Gallery a Londra, su progetto dello studio Ahrends Burton Koralek. Lo fermò l’allora principe Carlo con un discorso in cui lo definiva “un mostruoso bubbone sul volto di un amico elegante e molto amato”, che poi sarebbe Trafalgar Square. Allora l’intromissione estetica del principe fu contrastata pubblicamente da Richard Rogers, ma non bastò a salvare il progetto.
Stavolta in Croazia non sono molte le voci a difesa del progetto di VG13, che peraltro comprende anche il piano per il centro sportivo Svetice circostante. Fa eccezione la presidente dell’ordine degli architetti Rajka Bunjevac che ha fatto notare come una gara europea non possa essere mandata all’aria per la crassa ironia di un manipolo di rosiconi sciovinisti.
Lo “scandalo” del progetto è suscitato dagli angoli aperti del nuovo impianto. Non sono in cemento, come vorrebbero far credere gli autori della campagna su Instagram, ma in acciaio: il cemento armato solleva infatti i vecchi fantasmi del brutalismo jugoslavo, cioè del comunismo, memoria che si vuole rimuovere tuttora a ogni costo. I tifosi infatti vorrebbero un impianto chiuso, a ciotolona, ovvero a bowl. È la forma che va per la maggiore in Europa dopo l’Allianz Arena di Monaco di Baviera di Herzog & de Meuron, realizzata per il Mondiale del 2006: stadi chiusi e avvolgenti, in grado di colorarsi di notte e fare spettacolo anche all’interno. Il problema però è che stadi del genere sono molto più costosi sia da realizzare sia da sostenere: addio cioè ai prezzi popolari. Boban lo sa bene, avendo collaborato sia con la Fifa sia con la Uefa.
La Croazia è un piccolo paese di neanche quattro milioni di abitanti. Negli ultimi trent’anni, fra denatalità ed emigrazione, ne ha persi quasi un milione, e non ha certo le risorse dei grandi fondi americani. Il problema fra l’altro si pone anche a Spalato. Lo storico Poljud dell’Hajduk, con la copertura a conchiglia progettata da Boris Magaš nel 1979, rischia la demolizione per volontà popolare. Non sarà facile, visto il vincolo della Soprintendenza e la difesa a spada tratta dell’ordine degli architetti.