TERRAZZO
David Lynch, un culto per tutti i gusti
Dalla pittura surrealista alle fotografie, fino al culto eterno di “Twin Peaks”: a quasi due anni dalla morte, David Lynch continua a generare pellegrinaggi artistici e devozione pop. Tra mostre, reliquie e luoghi della memoria, il regista resta un mito capace di parlare a pubblici diversi
17 OTT 26

David Lynch - foto LaPresse
Los Angeles. Quando in una terra mancano i miti, questi si cercano nei morti recenti. David Lynch era già cult, di culto – per definizione, “oggetto della manifestazione di un sentimento religioso” – prima che morisse, quasi due anni fa. Cosa differenzia un regista cult da uno semplicemente mainstream, cioè Lynch da uno Spielberg o da un Ron Howard? Sicuramente una certa attitude artistica, cioè di poliedricità. Creatore di mondi, di immaginari inaspettati, di opere da interpretare, oltre che di film da popcorn. Come Bob Dylan e David Bowie e Hitler, Lynch era anche pittore. Aveva studiato alla Pennsylvania Academy of the Fine Arts, faceva tele e disegni surrealisti, neo-espressionisti, distorsioni baconiane, macabro distopico, incubi dell’art brut. E poi fotografie, che vanno da primi piani di labbra e cosce, a ritratti di donne nude con fumo – con effetto impressionista – a pezzi della storia di LA, scattati negli anni ‘70 quando c’era già una patina di vecchio: dettagli di cinema dell’epoca d’oro, sale da biliardo, edifici art déco di downtown.
Questi scatti sono esposti ora e fino a dicembre alla Pace Gallery di Los Angeles. E in una saletta, più simili ai suoi quadri, foto con pezzi di animali sistemati su un tavolo, con strisciate sanguinolente in black and white, per creare un “kit” per costruire un pesce, un pollo o un’anatra. In una, separati, al centro, i due occhi, con scritto: “l’occhio dell’anatra è un gioiello. Anche se è la parte più piccola è quella più dettagliata e brillante”. Lynch macellaio, ma sempre con quel sorrisone da ragazzo del Montana che ha iniziato a fumare a 8 anni, che si diverte magari a fare a pezzi un volatile, ma fa anche meditazione trascendentale e gioca coi sogni. “Twin Peaks” ha sconvolto la tv, un crime non true prima che arrivasse il true crime, ma con un seguito eterno e maniacale per via di quel lato surrealista fantastico e una riflessione su cosa sia il male, con i silenzi, l’ambientazione come personaggio e le colonne sonore di Badalamenti. E oggi uno dei suoi protagonisti, Kyle MacLachlan - Agente Cooper, va in giro a presentare il suo memoir e parla di Lynch come faceva Ezechiele del messia.
A Parigi, nella nuova Fondation Cartier fatta da Jean Nouvel, c’era una parete che somigliava a un reliquiario con pagine di un taccuino del regista, e bloc-notes di hotel, trasformati in opera d’arte: scarabocchi, schizzi di case o di porte o alberi che si specchiano, calcoli, appuntini a matita.
Nessuno va in pellegrinaggio davanti alla casa di Lynch, piuttosto al suo diner preferito, a Burbank, dove i fan hanno portato fiori. Anche perché la casa del maestro sulle colline di Hollywood, come da sua richiesta testamentaria, è stata venduta a 13 milioni di dollari, sei mesi dopo essere stata messa sul mercato. Più che una villetta un compound, un villaggio di sette edifici intorno alla casa principale, la Beverly Johnson House del 1963, disegnata dal figlio di Frank Lloyd Wright, Lloyd Wright, mentre piscina e dépendance sono del nipote, Eric Lloyd Wright, con triangoli e facciate rosa definite dal registro degli edifici storici della contea: “mid-century modern/organic”. E poi mobili disegnati da Lynch, che aveva lì una sua falegnameria, e la piscina con le palme, cucine di formica verde e screening room e sale di montaggio dove lavorava a Mulholland Drive. Ma in California, con la foga immobiliare che c’è, nessuno ha ovviamente pensato a una casa museo – che in città non esistono, nemmeno per le Marilyn Monroe o per gli Humphrey Bogart, anzi, le case si buttano giù, come coi santuari shintoisti – e così la memoria degli interni resta su Zillow o su Elle Decor.