La microcar del nostro scontento

Caso di cronaca che angoscia i romani, ma anche simbolo della città. La “macchinetta”, alternativa al motorino per gli adolescenti, percepita di destra, tra realtà e fiction

13 OTT 26
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Potrebbero essere le tradizionali “ore contate” per la “banda della microcar nera” che terrorizza Roma. La capitale infatti da qualche giorno è piombata in una delle tante rievocazioni anni Settanta, tra poliziotteschi e “bravi ragazzi facce d’angelo”, bande non della Magliana ma della Ligier che gettano il terrore tra i passanti.
Sei persone colpite, forse sette, da una banda (probabilmente due ragazzi) che a bordo di una di quelle microcar targate come ciclomotori hanno preso a calci, spinte e in un caso perfino a “tubate” dei malcapitati, sui monopattini elettrici, in bici o a piedi. Il caso più grave, l’attore Davide Iacopini (“Diaz”, “Suburra”), colpito con un calcio mentre tornava a casa in monopattino e ricoverato in terapia intensiva al San Camillo. Ma pure una donna di 44 anni è stata colpita alla nuca mentre rincasava a piedi; e poi uno studente di 26 anni preso a calci sul monopattino, e ancora una ragazza di 27 spinta giù dalla bici, un signore di 67 anni colpito appunto con un tubo.
Sette denunce, duplice intervento per il pòro Iacopini,  le indagini proseguono, “il cerchio si stringe”, direbbero in una serie tv: il Ris passa al setaccio le registrazioni di quaranta telecamere, e c’è pure un avvocato-papà secondo cui la microcar nera di uno dei figli sarebbe stata rubata (denuncia presentata però solo dopo le aggressioni). Paternalismo mediterraneo?
Ma tutta ’sta vicenda della microcar nera pare un meme, un mistone dei peggiori fantasmi criminali, soprattutto della capitale. C’è un po’ di Banda del Circeo, con la continua evocazione dei ragazzi “della Roma bene” che si legge sui social, e poi l’identikit, un passeggero “esile e biondo” – esisteranno biondini esili a Tor Bella Monaca?
E poi, non possono mancare i ragazzi di vita: siamo dalle parti di viale dei Quattro Venti, fondamentale direttrice tra Monteverde Nuovo (zona popolare, per quanto questo aggettivo abbia ancora un senso) e Vecchio, zona di ricchi, di attori, Verdone, e pure di Pasolini ai tempi (ma i ragazzi di vita stazionavano in via di Donna Olimpia, poco lontano). Richiama anche, con la casualità degli agguati, “La città dei vivi”, fortunato romanzo di Nicola Lagioia sul delitto Varani, ora film di Edoardo Gabbriellini appena passato a Venezia, come ha sottolineato anche il Codacons in una nota (il Codacons ora anche critico cinematografico. Coppa Codacons).
Il caso della microcar nera (dopo la Uno bianca) ha tutta l’aria di una variante del solito genere post adolescenti con troppo tempo libero e troppa predisposizione al delitto (con l’aggravante: potrebbe essere un gioco social! Una challenge!). Ma la microcar nera in mano a pischelli social-dementi è l’aggiornamento 2.0 di un archetipo romano antichissimo: la macchinetta.
Oggetto di scena fisso della capitale, concepita per i ragazzini, anche se talvolta alla guida appare il temibile pensionato col cappello senza più patente, o coi punti esauriti. O il pregiudicato, o il boomer generico: è infatti una Smart in miniatura, utile per accedere alle Ztl più esclusive. Nasceva come risposta altospendente per famiglie ansiose di adolescenti, “almeno così non ti sfracelli col motorino”, poi diventa status symbol, già in un numero di Panorama del 2006 si vituperavano queste macchinette “senza le quali i ragazzi della Roma-Bene non escono di casa. E quando escono si fanno notare, eccome. Sfiorano fiancate, dribblano le auto, e soprattutto superano a gran velocità”.
Queste vetture, “le macchinette”, dovrebbero andare a ritmi quasi pedonali, a meno che siano truccate (come i motorini originali): e a Roma lo sono spesso, fino a ottanta all’ora. Come nei romanzi di Federico Moccia: “le stiamo dietro a duemila allora su viale Parioli, poi Alis lascia la macchinetta al posteggiatore”, si legge nel fondamentale “Amore 14”.
Le microcar sono generalmente ascrivibili a Roma Nord, dunque immancabilmente “di destra” secondo il classico cliché. “Microcar e musica alta. Piazza Euclide è una disco a cielo aperto, non si dorme più”, titolava il Messaggero due anni fa. Nel 2020 invece i genitori di un liceo di via della Farnesina protestarono contro i troppi controlli della Polizia sulle microcar che portavano a ritardi all’entrata dei pargoli alla prima ora. La microcar è diffusa a livello europeo, ma quella che ti sorpassa sferragliante con la musica a palla di trapper italiano generico e gli adesivi tipo “Kittesencula” è fenomeno soprattutto romano, dove le distanze casa-scuola possono essere enormi, e non si può contare molto sul mezzo pubblico.
Di certo l’utente tipo non andrà in bici, sulle ciclabili maledette di Gualtieri, quelle che tolgono parcheggi e restringono le carreggiate: la ciclabile è il grande nemico a destra, più dell’immigrato e del burqa in classe. Ma mentre prosegue la caccia al biondino esile (che magari si rivelerà essere di famiglia rigorosamente pro pal e con abbonamento a Internazionale, con grandi cortocircuiti e ribaltando il cliché) c’è chi si chiede come mai i giustizieri dell’internet, quei prodi agents provocateurs che vanno nelle metropolitane a sfidare i borseggiatori o nelle strade a sfruculiare dei neri svalvolati, stavolta siano latitanti. La microcar nera invece gli garba? Avranno finito i giga?
La microcar nera agisce poi anche da giustiziera contro i monopattini elettrici, altro veicolo odiatissimo, un po’ da tutti, ma specialmente a destra, simbolo di fricchettonismo urbano, già sanzionato da Salvini col nuovo codice della strada: casco obbligatorio, targhino e assicurazione, che forse insieme alla legge anti rave sono le misure meno rispettate della lunga legislatura. Ma intanto si sta attenti ad attraversare, che siamo dentro “Christine la macchina infernale”, dal vecchio film di Carpenter tratto da Stephen King, e anche un po’ in un horror da liceo americano (Monteverde come Twin Peaks).
“I nostri pischelli crescono in un attimo, e in un attimo sono pronti a salire a bordo della loro prima Ligier, vieni a vedere le offerte”, promette il sito di un concessionario. Ligier (che i romani pronunciano e scrivono nelle più svariate modalità) e Aixam sono il duopolio storico della macchinetta, offerta in versione diesel ed elettrica, onnipresenti nel frastagliato panorama veicolare della capitale, che si arricchisce ogni giorno, non solo di taxi ormai minoritari tra i pulmini Ncc neri, di rider sulle bici elettriche ma anche di golf cart con gli americani coi piedi penzoloni che si sentono in un safari e guardano te, abitante, come se fossi un animale raro.
Una giungla, appunto, dove il predatore più temibile è quello più silenzioso: la microcar nera, hanno messo a verbale almeno due vittime, “non emetteva alcun suono”. E’ già l’immagine di un film. Intanto il Ris cerca di ricostruire la targa e i talk del pomeriggio ci hanno già fatto le puntate. Forse troveranno il biondino esile: di certo i palinsesti tv sono a posto per mesi.