TERRAZZO
Lo studio di Agamben. Una stanza tutta per sé (col Wi-Fi)
Ritorna in libreria, per Einaudi, Autoritratto nello studio in cui il filosofo racconta di sé facendoci fare un tour del suo spazio in cui scrive e studia
3 OTT 26

Giorgio Agamben (Foto Getty)
Che cosa dicono di noi le cose con cui scegliamo di circondarci? Si ricorda il giovane Woody Allen in Provaci ancora, Sam che sistema copie del New Yorker per la casa, così da sedurre le avventrici, sperando di apparire più intellettuale di quanto non sia. Si pensa ai liceali dei film americani, con le loro medaglie scolastiche e atletiche appese alla bacheca. Si pensa ai ricconi che comprano libri al metro – meglio se rilegati in pelle – per arredare lo studio o la library. Compensazioni in forma di decoro. Ma usciamo da ciò che vogliamo far vedere agli altri, per sedurre, per migliorarci ai loro occhi in un gioco di specchi. Pensiamo ai nostri spazi privatissimi, quelli dove non entra mai nessuno. Questi, oltre che riflessi del nostro gusto, non possono che diventare dei veri archivi del nostro passato, reliquiari di ciò che ci ha formato, lipsanoteche di frammenti identitari. Esistevano una volta, prima che le case costassero troppo e venissero ridotte da immobiliaristi e rentier in loculi da coinquilinaggio forzato, gli studi. Erano spazi in cui chi scrive si chiudeva con le proprie nevrosi e le proprie ambizioni a creare, a pensare e, appunto, a studiare.
Ritorna in libreria, per Einaudi, uno dei migliori elogi possibili di questa stanza, Autoritratto nello studio, del filosofo Giorgio Agamben, 84enne, nato sotto il segno del Toro e quindi legato alla materialità e alla casa come rifugio. Un po’ come Gertrude Stein (nel suo libro più silly e, per sua incomprensione e fastidio, più noto) parlava di sé fingendo che a raccontare la sua vita fosse la sua partner Alice B. Toklas, allo stesso tempo Agamben racconta di sé facendoci fare un tour del suo spazio in cui scrive e studia (o spazi, dato che, protagonisti, sono almeno due stanze, una a Venezia e una in centro a Roma). Gli incontri, più di qualsiasi altra cosa, sembrano esser stati la vera linfa. Heidegger, Giorgio Colli, Elsa Morante, Patrizia Cavalli, che si uniscono a un pantheon di cartoline appoggiate alla libreria, tra Spinoza e Simone Weil e, ovviamente, Walter Benjamin. Modo elegantissimo, quello delle influenze, per raccontare la propria vita, come se non esistesse senza la collisione con altre anime. Io sono, dice il filosofo, “un essere che si genera solo a partire da altri e non rinnega mai questa dipendenza”.
Forse oggi lo studio come autoritratto, e ancor di più lo studiolo principesco con le opere amate, non potendo riprodursi fisicamente in un vano per via dei costi, per i creativi millennial e Gen Z si ricostituisce nello strumento con cui si fa tutto, il computer portatile. Privati di una stanza tutta per sé, i nomadi digitali, come li chiamano i giornali, o gli animali da coworking e da bar hanno una domanda in testa: “Scusi avete il Wi-Fi?”. Pensano che internet contenga una biblioteca. E il MacBook diventa l’unico contenitore della cancelleria per il lavoro di studioso, il desktop si chiama scrivania (se Benjamin negli anni di difficoltà era costretto a scrivere sul retro delle lettere ricevute, non potendosi permettere la carta, oggi il giovane squattrinato che non può permettersi il pacchetto Office, scrive sull’app delle note o scarica Word illegalmente, o chiede al papà o al cugino con un lavoro fisso di condividere il suo account Microsoft). Il dispositivo diventa unico, lo studio è mobile, gli oggetti si condensano. Le cartoline e i manufatti si traslano in forma mobile negli adesivi appiccicati sul retro dei Mac – o al massimo sulla borraccia di metallo che non manca mai nella tote bag. I santini diventano adesivi, e, rivolti però all’esterno, perdono la loro qualità privata, diventando anche statement politico: in forma di Pimpa anticapitalista o di “micologi antifa”, sticker di “Non una di meno” o – come si vedono a Venezia, dove insegnava – proprio quelli della Brigata Giorgio Agamben, o quelli dove un accigliato Carlo Ginzburg dice: “Leggi Bloch, coglione”.