2016-2026
TikTok e il decennio breve del nostro rincoglionimento
I cinesi lo razionano ai figli, i miliardari lo vietano ai loro, Bruxelles ci arriva adesso e Trump prima minaccia di spegnerlo e poi "se lo compra". Berlusconi avrebbe voluto chiamarlo Tik Tok Tak, "così è più completo". Dieci anni dopo, l'unica fascia senza parental control è quella accanto a noi in treno
22 SET 26

Mentre siamo ancora qui a capire se viene prima l’uovo o la gallina, se il mondo mostruoso in cui ci pare di vivere — baby accoltellatori di professoresse, nazisti, AI assassine — sia tutto colpa dei social, o sia una percezione dettata dai social, scopro che due giorni fa, che era pure il compleanno mio, cadeva l’anniversario di TikTok. Dieci anni, dal 20 settembre 2016, quando fu lanciato in Cina. Dieci anni che come si dice hanno cambiato il mondo.
E siamo qui pure un po’ stravolti dalla nostra premier che nel fine settimana si sarà fatta più selfie lei con le folle tra le valli bresciane, ai cinquecento anni della Beretta, e poi coi ragazzi di Fenix al laghetto dell'Eur tra ventaglio e battute sulla carbonara, inquadrandosi nei telefoni altrui, di Ed Sheeran. Insomma siamo tutti immersi in questa cosa qui come se fosse normale, e invece fino a poco fa non lo era.
Nato dalla cinese ByteDance, cresciuto nel mondo grazie all’incorporazione di Musical.ly, TikTok ha avuto un’intuizione formidabile, una specie di stevejobismo che incontra il berlusconismo: non chiedere più all’utente che cosa vuole vedere, mostraglielo tu, è abbastanza scemo da bersi qualunque cosa. Poi osservi quanto resta, e gli servi il prossimo video o drink. Contano sì i like e i commenti, ma soprattutto il tempo passato davanti al video e la fatale decisione di guardarlo fino in fondo. Ecco perché se incappiamo in una tartaruga saremo rimpinzati di tartarughe per i mesi a venire (“non sporcarmi il feed”, cioè non mandarmi tartarughe, è uno degli avvertimenti ormai più frequenti per noi boomer).
Instagram e YouTube hanno copiato la formula e così siamo arrivati ai giorni nostri. Pare che il video infinito ci sia sempre stato. E invece il doomscrolling, la pratica per cui come bovini fissiamo per ore lo smartphone nella luce bluette della cameretta, ha soltanto dieci anni. Cosa facevamo prima? Sesso? Leggevamo trentasei volte la Recherche? Nessuno sa dirlo.
Da noi il “social dei balletti”, così era chiamato all’inizio, arriva soprattutto con Salvini, autunno 2019, primo e per tre anni unico “re del cringe” secondo Vice. Nell’estate-autunno 2022, campagna elettorale, ecco la discesa in telefonino di Berlusconi che annuncia a Porta a Porta che il suo primo video “ha battuto tutti i record nel mondo”: otto milioni e mezzo (Pagella Politica lo smonta: Khaby Lame ne fa abitualmente cento di milioni, e ci sono video da oltre un miliardo di visualizzazioni). Ma il Cav. avrebbe preferito, come nome, “Tik Tok Tak”, Vabbè.
Da allora, tutti cercano di toglierlo ai bambini, TikTok. In una specie di rito purificatorio globale, l’Australia ha vietato i social agli under 16 il 10 dicembre scorso. La Francia ha votato il 21 luglio l’interdizione ai minori di quindici anni, e il 14 agosto il Conseil constitutionnel l’ha bocciata perché sproporzionata; è sopravvissuto solo il divieto di cellulare al liceo. La Danimarca annuncia lo stop ai quindicenni citando i punteggi PISA (quelli che certificano l’istupidimento generale dei pischelli) peggiori di sempre; la Spagna studia, la Germania studia, la Norvegia studia. Poi giovedì scorso la Commissione europea ha presentato il Kids Act, che sta per Keeping Internet Digital Spaces Accountable and Trustworthy: niente social sotto i tredici anni, un “mini-account” gestito dai genitori con un’ora al giorno fino ai quattordici, account proprio dai quindici; via lo scroll infinito, via le notifiche notturne.
Ma in Cina, dove l’arma è stata inventata, chiaramente per sterminare l’occidente rincoglionendolo, i bambini hanno il limite dei quaranta minuti da un bel po’. In Italia le proposte sono tre, chi dice a quindici anni, chi a tredici, chi fino alla maggiore età, ma sono tutte ferme in parlamento, bloccate dal problema di come si verifica l’età senza schedature: si potrebbe accedere con lo Spid, dice. Ma se un bambino riesce a entrare con lo Spid, allora per me non solo può stare su TikTok quanto gli pare, può anche votare, guidare la macchina, candidarsi alla presidenza del Consiglio.
Che poi non si sa come verranno su, questi bebé TikTok-deprivati: forse come le mie generazioni di bambini di sinistra coi genitori che razionavano la tv, cioè con immani complessi. Pure i siliconvallici, che TikTok l’hanno copiato e fatto loro, lo vietano ai figli. Peter Thiel ha raccontato al New York Times che i suoi, di tre e cinque anni, stanno davanti a uno schermo un’ora e mezza alla settimana. Sam Altman consulta ChatGPT di continuo per i consigli sulla paternità ma su tablet e feed algoritmici è intransigente: vuole che il figlio “giochi con la terra”. Taluni vanno in scuole dove sono vietati, tipo la Waldorf School of the Peninsula a Los Altos, a pochi minuti da Google: dai tre ai dodici anni, smartphone proibiti, retta fino a quarantasettemila dollari l’anno. Steineriana. E torniamo alla tv, come i piccoli Berlusconi all’epoca (e Dell’Utri: mentre i padri inventavano la tv commerciale, i figli stavano a fare i pastelli di cera).
Poi c’è il caso opposto, che però darebbe ragione ai primi. Mark Zuckerberg sostiene che sua figlia di otto anni già programma e produce video con l’AI, e qui sorge il dubbio che sia una dichiarazione studiata dagli avvocati, visto che Meta ha appena patteggiato quasi diciotto miliardi proprio per i danni ai minori. La piccola Zuckerberg forse avrà un TikTok finto con dentro le favole di Rodari lette dalle sorelle Rohrwacher. Del resto Zuckerberg e Priscilla Chan, la moglie, hanno tenuto per quattro anni una scuola privata dentro casa, in un comprensorio a Palo Alto: ci ero stato, anni fa. Lì hanno messo su la “Bicken Ben School”, quattordici alunni dall’asilo alla quarta, tre maestri e nessun permesso. I vicini, in rivolta dal 2016, hanno vinto, e il comune l’ha fatta chiudere l’anno scorso; il portavoce ha spiegato che era “una scuola parentale nata durante la pandemia”. Li hanno sgomberati come una qualunque famiglia nel bosco.
L’unico a riuscirci davvero, a spegnerlo, TikTok, è stato TikTok stesso: il 18 gennaio 2025, alle dieci e mezza di sera, si stacca da solo in America, e il giorno dopo a mezzogiorno si riaccende ringraziando il presidente Trump. Lo stesso Trump che nel 2020 l’aveva messo fuorilegge e nel 2024 scriveva invece che chi voleva salvarlo doveva votare lui: cinque ordini esecutivi dopo, il pacchetto americano di TikTok è passato a una cordata guidata da Oracle del trumpiano Larry Ellison (82 anni). Di nuovo, pare che non siano i bambini il problema. I figli e i nipotini di TikTok sono già adulti, e non possiamo farci niente. I danni semmai sono più gravi sugli anziani. Quelli che scrollano furiosamente col telefono nel portafoglietto di pelle e la suoneria a cento decibel, quelli che ci ritroviamo tutti accanto in treno, sui mezzi pubblici, nelle sale d'attesa, e che tra un po' saremo noi. Gli ottantenni, l’unica fascia senza parental control, e pure senza Spid (chissà in Cina come fanno, vabbè).