Terrazzo
Elia Zenghelis, il sultano dell’Oma
La timidezza a tratti infantile dell'architetto, l’esiguità della sua opera costruita, la pressoché totale assenza di testi suoi o su di lui, così come di sue fotografie hanno alimentato l’aura messianica legata al nome della sua persona
12 SET 26

Zenghelis, terzo da sinistra, dopo Koolhaas e Zaha Hadid
La figura di Elia Zenghelis, mancato il 30 agosto, è sempre stata avvolta nel mistero forse perché è stato il primo mentore di Rem Koolhaas, circostanza che lo ha messo in ombra ma lo ha anche consegnato al mito dell’architettura, come già avvenuto nel caso di L’Eplattenier e Le Corbusier. La timidezza a tratti infantile di Zenghelis, l’esiguità della sua opera costruita, la pressoché totale assenza di testi suoi o su di lui, così come di sue fotografie - diversamente del suo allievo - hanno alimentato l’aura messianica legata al nome della sua persona che, proprio come il profeta Elia, avrebbe potuto comparire all’improvviso in qualunque angolo di mezzo mondo. Era nato ad Atene nel 1937, figlio di un ingegnere che per via della guerra e poi del regime militare successivo si era trasferito in Sud Africa, a Johannesburg. Da adolescente rimase segnato dal viaggio aereo che lasciava intravedere settori contrapposti del paesaggio, dal deserto alla giungla, dai grandi vallate verdeggianti a sconfinate megalopoli brunite. Fin da bambino si era divertito a disegnare città d’invenzione, arrovellandosi per il resto della sua vita su come queste potessero aggregarsi e trovare una forma senza preoccuparsi troppo della loro impraticità – a ben vedere questa era la sua cifra esistenziale. La sua università è stata l’Architectural Association a Londra, come altri sudafricani (Denise e Robert Scott Brown o Robert Middleton, recentemente scomparso anche lui), ma anche profughi greci e armeni come Michael Carapetian.
Dopo la laurea nel 1961 e alcune esperienze lavorative, inizia a insegnare all’AA dove a cavallo degli anni ‘70 incontra Koolhaas mentre studia il muro di Berlino nella sua consistenza fisica e simbolica. Ne nasce un sodalizio errante insieme alle rispettive compagne pittrici, Madelon e Zoe, sodalizio che dapprima è polemico verso la propria scuola diretta allora dall’utopista “flower power” Peter Cook leader di Archigram cui contrappongono le candide distopie di Superstudio. Quindi i Koolhaas e gli Zenghelis emigrano negli USA per trovare nuovi interlocutori (Ungers, Eisenman). Nasce così a New York nel 1975 OMA, Office for Metropolitan Architecture, forse lo studio di architettura più famoso del mondo, il cui primo simbolo avrebbe dovuto essere un uovo, l’Egg del Columbus Center, che al pari dell’uovo della Pala Brera di Piero della Francesca simboleggiava l’avvento di un’età nuova, quella postmoderna e coloratissima interessata ai tabù delle avanguardie, ovvero la congestione metropolitana di Manhattan al centro di Delirious New York (1978) opera prima dell’arrembante allievo. “La modernità non ha a che fare con l’avanguardia, ma con un continuo riarticolare e reinventare le convenzioni che esistono nell’opera delle precedenti modernità” scrisse Elia a proposito.
Quando all’inizio degli anni ‘80 OMA torna in Europa, la sua abilità socratica coinvolge la giovane Zaha Hadid, prima dipendente di OMA, con cui il rapporto si allenta dopo il trasferimento dello studio a Rotterdam e soprattutto dopo il concorso per il Parc de la Villette a Parigi perso per un soffio e per dei dissidi interni, pur restando un caposaldo progettuale del XX secolo. Nel 1987 Zenghelis esce ufficialmente da OMA, legandosi alla seconda moglie Eleni Gigantes: insieme firmano un grande edificio a Checkpoint Charlie a Berlino e una villa in Giappone, riprendendo il suo periplo didattico a Düsseldorf e poi in Olanda al Berlage Institute dove trova nuovi allievi come Pier Vittorio Aureli, alla londinese Bartlett (rivale dell’AA), a Yale, Zurigo, Losanna, Mendrisio e infine in Tessaglia che in greco significa periferia. Nel laconico ricordo pubblicato sul sito di OMA, Koolhaas ha scritto: “è morto il mio maestro”, e anche “Il suo canticchiare in falsetto nel nostro salottino a New York, curvo sul tavolo da disegno, PROGETTANDO alle 2 di notte, resterà la prova che l’architettura può renderti felice”.