La Germania, la destra e la celeste nostalgia del motorino

Ulrich Siegmund, il trionfatore delle elezioni regionali tedesche, e la Simson Schwalbe, motorino già ebreo, poi nazista e poi comunista. In Italia ci sarebbe la Bianchina di Fantozzi

8 SET 26
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Foto LaPresse

La valanga nera arriva in scooter azzurro. Ulrich Siegmund, il trionfatore delle elezioni regionali tedesche, è ormai famoso oltre che per i suoi proclami (remigrazione, classi a parte per disabili ecc.) per la Simson Schwalbe (“rondine”), cioè il motorino azzurro con cui si è fatto fotografare e diventato un simbolo della sua campagna e prima della Ostalgie cioè la nostalgia dell’Est e cioè della DDR cioè per i più piccini la Germania comunista. Viviamo ormai in un mondo abbastanza confuso, quindi non stupisce che per nostalgia del comunismo (ma in sella a un trabiccolo che involontariamente ricorda quanto il comunismo abbia fatto schifo anche in tema motori) un tizio di estrema destra vinca le elezioni. 
Del resto la sua capa politica, di Siegmund, quella Alice Weidel che pure esulta, è contraria alle coppie gay e agli immigrati, essendo notoriamente lesbica e con una morosa dello Sri Lanka. La vera egemonia culturale che la destra ha largamente vinto è che a sinistra studiamo forse di più, secondo la teoria Bonaccini, e con pochi risultati, ma a destra “fanno un po’ come cazzo je pare”, e vincono, lo diceva già Guzzanti, e però come sosteneva Walter Benjamin solo adesso questo assunto trova appieno la sua èra della leggibilità, cioè è un fenomeno, il fare come cazzo je pare, che solo ora può fiorire appieno. Insomma, incontra il vero spirito del tempo (zeitgeist, per una volta appropriato in tedesco: avete visto, si è studiato).
Siegmund, già molto più moderato, già laureato online in psicologia economica (chissà se vale secondo le prove Invalsi-Bonaccini), già venditore di profumi per ambiente, nato nel 1990 (l’anno della riunificazione), ora secondo Der Spiegel “l’uomo più pericoloso della Germania” — ha scelto appunto questo trabiccolo, e subito sono arrivate le proteste.
La Simson fu fondata nel 1856 dai fratelli ebrei Löb e Moses Simson, arianizzata dai nazisti nel 1936 (la famiglia fuggì, azienda svenduta), poi diventata il motorino-immagine della Germania Est comunista quando le importazioni occidentali erano vietate. Oggi i discendenti protestano pubblicamente contro l’uso nazistico: “un insulto al nostro nome”, “non deve mai diventare un simbolo dell’AfD”.
Ma anche questo piluccare in campo altrui fa ormai parte del nuovo kit del candidato di destra, come Dante, Pasolini, Gattuso (o Guttuso? è uguale) nel pantheon di Atreju e le canzoni di Rino Gaetano ai comizi di Meloni coi parenti sempre scontenti (“Ma il cielo è sempre più blu” l’ha messa pure a Bari, dove però ha tolto dalla playlist Guccini). Anche il candidato nazistone Höcke, in Turingia, usa gli stessi scooter nei video del partito per mostrare coesione militante. E ha detto infatti che il Simson è ottimo per creare “cameratismo” (forse da leggersi in senso letterale), tra simpatizzanti, e che è molto meglio della “cargo bike”, quelle biciclettone con cui nei paesi nordici le famiglie si portano i bambini, simbolo di ecologismo sinistrello (come in generale bici e ciclabili, ormai nemico pubblico numero uno delle destre da Trump a Tosi, vedi pezzo a fianco).
Il rapporto delle destre coi simboli è sempre interessante, è chiaro che sono molto più svegli a navigare questi tempi svalvolati, pescando à la carte dai menu loro e degli altri anche cambiando molto idea e buttandola in caciara, è una destra instagrammatica, di stories che durano 24 ore, una destra modello “Pigna-Corelli”, il personaggio di Alberto Sordi in “Troppo forte”, che un giorno è un avvocato e costringe Verdone a farsi asportare la milza per un finto incidente (di moto), e il giorno dopo diventa improvvisamente ballerino dimenticandosi tutto. Quindi qui abbiamo una moto passata di mano da una famiglia ebrea ai nazisti, dai nazisti al comunismo reale, dal comunismo reale all’estrema destra — senza mai cambiare carburatore.
Intanto da domenica tutti i fascio-bruni dell’orbe terracqueo sono in sollucchero (ci avete maltrattati in quanto fasci, invece si poteva essere gioiosamente anche un po’ nazi!): è comprensibile. E da noi? Si batte la fiacca? Dove stanno i motorini della nostalgia? Vannacci, che si aggirava per il forum di Cernobbio a Villa d’Este in maglietta e l’aria di uno di quei mariti in vacanza che vuole fare amicizia con tutti al buffet della colazione, mentre la moglie ancora dorme, sarebbe potuto arrivare in Vespa come da cartolina della più pura “Dolce vita”. Ma avrebbe funzionato?
Perché no. Funziona la Vespa simbolo del dopoguerra, della ripresa industriale dell’Italia che usciva dal fascismo, col motore d’aereo riconvertito: il tutto a km zero, pochissima distanza dalla sua Viareggio, a Pontedera sede storica Piaggio. Ma anche funziona un Vannacci in vespa versione Jerry Calà in “Sapore di mare”, il film che ha consacrato la nostalgia. Ma se un tempo l’erede Giovannino Agnelli prematuramente scomparso (con una mamma Piaggio) veniva forse prematuramente arruolato “socialdemocratico” secondo l’analisi del tempo e sfrecciava su una Vespa argento, oggi le Meloni di scooter se ne intendono, ma usano piuttosto il casco come accessorio identitario. Nel lontano 2015 una giovane Giorgia molto lontana dal divenire premier arrivò al Quirinale in sella a un Honda SH bianco, indossandone uno con la bandiera italiana; mentre la sorella Arianna ne sfoggia uno con quella americana, di casco, sempre in scooter, sempre SH (sovraniste con lo scooter degli altri), sempre seduta dietro, ma più filologicamente nero (SH molto diverso da quello con cui Rutelli molto prima scorrazzava per Roma, glorioso sindaco di centrosinistra).
Qualcuno ha detto che il land della Sassonia-Anhalt ha votato i nazi perchè aveva un sacco di sovvenzioni e ora non più, come il sud coi Cinquestelle. Ecco che il Dibba prima delle disavventure cubane aveva uno scooter di quelli bislacchi a tre ruote, sempre Piaggio, con cui fece campagna elettorale e poi lo mise in vendita su eBay devolvendo il ricavato ai terremotati (“il motorino è un Piaggio MP3. È praticamente nuovo, ha fatto soltanto 6000 km ma tutti a difesa della Costituzione!”).
Dunque, da noi, che fare anche in vista delle prossime elezioni? A destra come a sinistra? Un carretto siciliano? Un’Ape anzi Lapa Piaggio? Un’Arna? Se è difficile intercettare nostalgie dell’est, una bella Alfasud per la nostalgia di Pomigliano? La ricerca del mezzo identitario insomma si è capito non è un pranzo di gala. Di sicuro si sa cosa non piace, cosa è indigesto.
Vannacci mai arriverebbe in auto elettrica per esempio. Vannacci è orgoglioso guidatore di diesel. “Mio nipote ha la Tesla e ogni volta che deve venirmi a trovare da Milano a Viareggio è una maledizione: deve fare i conti per la ricarica. Le auto elettriche costano di più. Vanno bene in città, convengono ai ricchi. Non sono auto per i poveracci, i morti di fame, gli operai” ha detto. E certo la Tesla è simbolo di tutti i mali, posseduta anche da Fratoianni (con molte polemiche, anche qui, e notevole ribaltamento logico, perché il produttore della Tesla è poi il più grande finanziatore di fasci di tutte le sfumature e tutte le latitudini).
A Mosca la coppia di prodi negoziatori americani Kushner e Witkoff subito sbertucciati in Russia e in madrepatria han trovato invece ad attenderli berlinone Aurus di fabbricazione sovietica. Sono le discendenti delle Zigùlì, le mitiche auto di derivazione Fiat care a tutti i funzionari sovietici, prodotte a Togliattigrad. Ma un altro grande amicone di Trump, il nordcoreano Kim Jong-un, ama le macchine europee e le ruba direttamente (ha fatto storia un ordine di 1.000 Volvo che vennero puntualmente consegnate a suo nonno, negli anni 70, e non sono mai state pagate).
E la pòra Volkswagen, col maggiolino già “auto del popolo”, voluta da Hitler? Non se la fila nessuno come nostalgia nazista? Mi sembra francamente ingiusto. Forse perché poi diventata simbolo del già decantato modello di cogestione tra sindacati e fabbrica? E soprattutto adesso disastro di licenziamenti e crisi?
Forse i politici italiani potrebbero buttarsi su nostalgie miste o inventate, ma ugualmente igonighe, tipo le Cinquecento elettrificate e con la capote segata, amate dai turisti stranieri, e che paralizzano Roma, anche in versione nautica (per il prossimo Cernobbio); o ancora meglio sulla Bianchina di Fantozzi, oltretutto molto simile alle ormai introvabili Trabant, altro reperto industriale della gloriosa DDR. Col ragioniere simbolo eterno di contrasto alle élite globaliste, e ai megadirettori galattici servi della UE (e pure del Green deal. Alcuni erano appassionati perfino di bici, per di più, vabbè).