Roma e Parigi, unite da una speciale monogamia e un po' snob

Sul Tevere e sulla Senna si celebrano settanta anni di gemellaggio. Ma la domanda sorge spontanea: tra altri settanta, cosa resterà di oggi?
29 AGO 26
Immagine di Roma e Parigi, unite da una speciale monogamia e un po' snob

La Lupa in piazza S. Paty a Parigi (foto comune di Parigi)

“Solo Roma è degna di Parigi e solo Parigi è degna di Roma”, recita il diktat che blocca le due capitali da esser gemellate con altre città, evitando così che abbiano quella lista antiestetica di nomi, impronunciabili dai più, sotto il cartello di ingresso nel territorio comunale. Vera monogamia snob quella tra Senna e Tevere, iniziata 70 anni fa, all’Hôtel de Ville, in quella fase del dopoguerra in cui si cercavano di gettare solide basi per non litigare più. Partnership che si è realizzata soprattutto facendo entrare gratis i romani in alcuni musei di Parigi e i parigini in alcuni musei romani, inseriti quindi in quella lista alla biglietteria insieme agli over 65, ai minori e ai portatori di disabilità. Il gemellaggio regge dal 1956, e quest’anno sulle griglie esterne del municipio francese hanno messo delle foto dell’archivio Alinari, a coppie speculari, tipo un gioco da Settimana Enigmistica “trova le differenze”. Claudia Cardinale in un caffè / Jean Paul Belmondo tra le 500 in centro, Sartre e Simone de Beauvoir / Bertolucci e Pasolini, l’arco napoleonico delle Tuileries / l’arco di Tito, bimbi in bici a Saint Sulpice / scolaretti in grembiule che danzano intorno a una pompa di benzina... Da una parte la vibe neorealista e da via Veneto, dall’altra il mood da film di Truffaut e da café de Flore. Gianni Berengo Gardin e Basilico da una parte, Brassaï e Cartier-Bresson dall’altra, cantori in black and white di scene di vita quotidiana urbana che crea subito l’effetto nostalgia, di quel tempo prima che a due passi dal Louvre aprisse Cova. E si sono fatti programmi cinematografici, Dolcevita-sur-Seine e Nouvelle Vague sul Tevere, per sfuggire dai cliché. Ma siccome nella giustificazione dell’esclusività si usa la parola dignità, ci si chiede oggi, messi da parte i ricordi delle epoche gloriose e i cadaveri della nonna esibite per i turisti – per usare un’espressione di James Joyce – cosa rende esclusive e legate queste città? Cosa apparirebbe in queste foto speculari se si dovessero fare oggi, per presentarle tra 70 anni?
In entrambe le capitali c’è una corsa schizofrenica al piantare alberi, che poi non sempre sopravvivono, e se Gualtieri taglia i pini di vendittiana memoria e pianta gli arbusti e usa il termine “boschi urbani”, a Parigi le piazze vengono occupate da aiuole che sostituiscono i parcheggi di asfalto con i bagolari della Provenza e con i lecci per creare quelle “oasi di freschezza” anti-canicule, alternativa al chiudersi nei supermercati climatizzati “nelle ore più calde”. Place de Catalogne, a Montparnasse, è stata trasformata in una “foresta urbana” distruggendo una fontana di marmo di Ricardo Bofill e da destra si critica l’eliminazione dei parcheggi e di snodi di viabilità, da sinistra invece si parla di “truffa semantica” – una foresta è una foresta è una foresta, per citare Gertrude Stein – e di puro marketing. Il prossimo passo sarà forse portare caprioli e cinghiali sulla Promenade Plantée? Diventeremo tutte “famiglie del bosco”? E soprattutto, quindi, nelle foto che si appenderanno in futuro cosa apparirà oltre alle finte sfogline filippine di Monti nelle vetrine delle osterie “autentiche”? Oltre alle code per un matcha latte nel Marais? Ci saranno foto di quercette spelacchiate e magnolie nelle rotonde? Se la città come labirinto capitalista di memoria benjaminiana diventa uno pseudo parco giochi per baroni rampanti, e il flâneur si trasforma in escursionista, allora si fa prima ad andare a vivere in campagna, come fanno gli inglesi.