Da Livorno a Boston
Conte, il woke e la statuetta boteriana
Le statue hanno avuto un ruolo importante in questa grande cavalcata degli ultimi anni, dal pol.corr. alla cancel culture finalmente al woke. Da Cristoforo Colombo a Montanelli
25 AGO 26

L’Italia contro il woke (a cavallo di ferragosto, nel mese più caldo del secolo) sarebbe un bellissimo film da vedere al cinema con l’aria condizionata, di quel filone molto local che imitava successi internazionali, tipo Le spie venute dal semifreddo o anche Fracchia contro Dracula e però, più seriamente, la questione solleva come si dice un ginepraio, di altre questioni non solo etiche ma estetiche: e sarà un caso ma spesso c’è di mezzo una statua.
Intanto la fondamentale lettera di Giuseppe Conte a Repubblica, quella in cui l’ex premier ha narrato di quando “un caro amico di Boston”, visitandolo a Roma, vide nella sua libreria una piccola scultura bronzea di donna nuda “di boteriane fattezze” e gli disse che non avrebbe dovuto esporla perché offensiva verso le donne. L’ex presidente del Consiglio sostiene che quella fu la prima volta in cui “toccai con mano gli eccessi della cultura woke”. E Conte che tocca (con mano) gli eccessi del woke evoca davvero dei mondi, sembra un po’ il Vannacci giovanile che nelle metropolitane parigine toccava (con mano) i neri per vedere di che consistenza erano fatti, e poi ci si chiede soprattutto chi sarà mai il bostoniano amico di Conte, pare ancora un altro film, hollywoodiano stavolta, tra archeologi e spie, Conte e la statuetta boteriana, tipo Indiana Jones e la pietra maledetta. (segue nell’inserto III)
Gli risponde Renzi, con contro-lettera a Repubblica: “Il woke non è una statua abbattuta o un perbenismo di maniera”. Prosegue la deputata AVS Elisabetta Piccolotti: “Chi ha chiesto di cancellare feste nazionali, abbattere statue, importare la cancel culture?”
Ma anche il momento più spinoso di woke all’italiana, uno dei pochi in cui questa variante mediterranea del più vasto ceppo del fenomeno soprattutto americano si sia realizzata plasticamente, è il caso di dirlo, riguarda proprio una statua.
Parliamo delle dimissioni di Simone Lenzi, rievocate ieri qui sul Foglio in un suo interessante intervento. Era il 2024, e l’allora assessore alla Cultura di Livorno finì nei guai per una serie di post considerati transfobici, per aver criticato nello specifico un’opera della Biennale di Venezia di tale Jade Guanaro Kuriki Olivo, raffigurante una donna con genitali maschili. In un suo post sosteneva, fra l’altro, che: “Alla Biennale di Venezia ci tengono a farci sapere che la donna quintessenziale ha la minchia”. Ma la sua obiezione era anche estetica: parlava di “prevedibilità”, di “predica continua”. Insomma, non soltanto: posso dirlo? Ma anche: posso dire che è brutta? Lui si dimise,e adesso non si sa che fine abbia fatto la “statua boteriana” di Conte (magari è stata piazzata in una stanza o junior suite del Plaza, l’hotel della famiglia della moglie) né quella quintessenziale con la minchia di Lenzi, però tutto si tiene, Boston con Livorno, Livorno come Boston, città ricche di storia (e di mare), diverse ma simili. E pure Firenze, che non ha lo sbocco al mare, e però nel 2015, il Renzi allora premier fece coprire una statua di Jeff Koons che non garbava allo sceicco capo degli Emirati in visita (raffigurava un uomo, una rivisitazione del Fauno Barberini, e dunque aveva una minchia, neanche tanto quintessenziale, ma non piacque comunque, per dire le diverse sensibilità. Però non la distrussero).
Allora si parlava ancora vagamente di pol. corr. (anche se son fenomeni che in America girano da trent’anni), era di là da venire la “cancel culture”, parola oggi qui già passata di moda da un bel pezzo, anche perché di difficile pronuncia (vuoi mettere come appoggia bene “woke”).
Che ricordi però. Proprio a Boston partì una prima decapitazione dei monumenti a Cristoforo Colombo nel pieno delle proteste del 2020 per l’uccisione per mano poliziottesca del nero George Floyd e col movimento Black Lives Matter, ma la stessa statua a Boston era stata danneggiata già nel 2004 e nel 2015. L’amico di Conte ha un alibi per quelle date? Comunque vorremmo tantissimo conoscerli gli amici bostonians di Conte, chissà che discussioni, sul neocolonialismo, il transfemminismo, in inglese, graduidamende, “for free”, col vocione. Come pronuncerà Conte Boston? Siamo alla Donna della domenica, o alla statua, della domenica).
E le statue del finto Modigliani ritrovate nel Fosso Reale a Livorno tanti anni fa? Fu uno dei primi casi di fake, analogico, pre-Internet. Ma le statue di Colombo in quanto colonialista sono state distrutte, oltraggiate, spostate, in ogni luogo e soprattutto in ogni lago in questi anni, non solo a Boston. E naturalmente Trump che era quello che era (cit.) ma ha un certo istinto per ‘sta roba, si è subito fatto fare una copia di queste statuone dismesse, una che già stava in una piazza a Baltimora, poi fu gettata nell’Inner Harbor (come nel canale di Livorno), e a inizio 2026 il Magone ha annunciato di volerla vicina vicina, alla Casa Bianca, al posto d’onore, tra i mille ciaffi dorati e gli archi di trionfo e le sale da ballo di quello che ormai sembra il Vittoriale di un vecchio scapolo molto woke a Palm Springs.
Le statue in generale piacciono tantissimo e sono utilissime per le guerricciole culturali perché sono pura retorica, oltre che arredo urbano, due cose affidate a gestori sempre più negati. Le statue non interessano a nessuno davvero, non certo al cittadino-utente, ma sono una mera valuta identitaria. Generalmente orrende, create da scultori locali o artisti falliti, che vorrebbero essere Botero o Jeff Koons o altri Teomondi Scrofali globali, costellano le nostre città sorgendo nottetempo con furore costante. E soprattutto le statue sono perfette per le guerricciole perché non bisogna nemmeno guardarle: basta sapere chi rappresentano. Colonialista: giù (poi su). Donna trans: su (poi giù). Colombo: giù (poi di nuovo su). La Statua Urbana Contemporanea è la Borsa Valori dell’impegno, è il tweet dell’urbanistica.Tutto un mischione, tutto sullo stesso piano, l’Italia come l’America, Livorno come Boston, e giù dibattiti. E giù statue.
Ecco quella di Indro Montanelli ai giardini di Porta Venezia a Milano (col vecchio Indro chino sull’Olivetti, con una palandrana, il tutto bronzeo e luccicante, che più che Indro sembra il Mastro Lindo delle vecchie pubblicità. Ma sembra anche un po’ la statua della madre del megadirettore galattico di Fantozzi, che gli impiegati sono tenuti a omaggiare ogni mattina).
A un certo punto, eravamo dalle parti del Pol. Corr. finale, o della Canc. Cult. prima stagione, insomma la statua milanese di Montanelli divenne il centro di mille polemiche. Nel 2019 era già stata ricoperta di vernice rosa da “Non Una di Meno”. Nel giugno 2020, in piena “Black Lives Matter”, i Sentinelli (che fine hanno fatto i Sentinelli?) chiedono formalmente al sindaco Sala di rimuoverla; poco dopo Lume e Rete Studenti Milano la ricoprono di vernice rossa scrivendo “razzista” e “stupratore” e ne chiedono l’abbattimento. Sala decide che resta. Infine nell’ottobre 2020 viene collocata abusivamente vicino all’incolpevole Montanelli una statua dedicata a Thomas Sankara, opera dello scultore senegalese Mor Talla Seck, nell’ambito di “Decolonize the City”. La polizia locale la rimuove.
Che poi ci si chiede: esisterà un magazzino di tutte le statue rimosse, globalmente, un grande hangar tipo quello di Berlusconi ad Arcore, coi quadri che comprava alle televendite (appena raso al suolo, al suo posto sorge un Eurospin)? Un deposito gigantesco di Colombo decapitati, generali confederati, esploratori, negrieri, Boteri presidenziali, Sankara decolonizzati, benefattori improvvisamente declassati, minchie quintessenziali, il tutto avvolti nel pluriball, in attesa del prossimo cambio di sensibilità?Potrebbe essere un modello di business? E di nuovo non si sa se eravamo ancora nel finale di stagione del Pol.Corr, o nei nuovi episodi del woke (ma non c’è nessuno che potrebbe fare una cronologia di ‘sto benedetto woke? Anche un manualetto? Non c’è una app? Sarebbe utile) insomma non venne risparmiato nemmeno il dibattito sui monumenti da rimuovere, e già che c’eravamo sull’architettura fascista, che torna ogni dieci anni come quello sul vino rosso, se fa male o bene.
Poi non se ne fece nulla, come su tutto il resto, mentre in America si portava a compimento il Woke 1 e adesso si procede spediti verso il 2 e 3 versione light oppure inizia il de-Woke, siamo in attesa di notizie, ma ugualmente la cancel culture, con l’idea di far sparire ogni traccia del passato, è chiaro che poteva funzionare in paesi più portati con le lingue ma anche con norme urbanistiche più flessibili, con decisionismi snelli e a volte brutali, dove si costruisce, si demolisce, si butta giù e si ritira su. Da noi, le città sono soprattutto la stratificazione di epoche e di buche e ricorsi al Tar e dimenticanze e avvisi di fine lavori scaduti da un decennio. Basta girare un po’ specialmente a Roma per trovare tombini e ponti e cancelli e portali ancora col loro bel fascio di combattimento in alto e bassorilievo, altrove magari un po’ solo rosicchiati, come nei pavimenti della Stazione Centrale di Milano.
Poi, ogni tanto, degli equivoci. Dieci anni fa, in una scuola della Garbatella, una statua da sempre molto omaggiata in quanto si riteneva che rappresentasse Cesare Battisti (il patriota irredentista della Prima Guerra Mondiale, non il terrorista rosso scappato in Sudamerica, né lo chef milanese) si scoprì che ritraeva invece il gerarca Michele Bianchi, segretario del Partito fascista. Si discusse molto, ci si indignò moltissimo, poi non se ne è più saputo niente e non si è fatto più niente. In America una statua si abbatte, si butta nel porto e sei anni dopo Trump se ne fa rifare una copia (è anche un modo per far girare l’economia). Da noi invece si discute, si presenta un’interrogazione, interviene la soprintendenza, nessuno trova più la pratica e alla fine la statua resta lì. Roma non è Boston (ma forse manco Livorno): l'abbiamo toccato con mano, vabbè.
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Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive tra Roma e Milano. Scrive da un bel po’ sul Foglio. I suoi ultimi libri sono il romanzo “Paradiso” (Adelphi, 2024), “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nella prima èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021), da cui anche l’omonimo documentario.
