Non è tutto oro quel che luccica: dietro il lusso degli Hamptons

Insetti, multe, costi micidiali. È la spiaggia dei billionaire, che ormai superano di gran lunga i milionari nella zona. Dietro la patina di splendore, però, si nasconde un sistema di sfruttamento dispotico
22 AGO 26
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Agli Hamptons i miliardari sono più dei milionari (Getty)

Si fa sempre più irrealizzabile il nostro sogno di passare una vacanza agli Hamptons: temibili minacce sanitarie, costi iperbolici, deprecabili condizioni dei lavoratori e, non ultimo, il rischio di impersonare la versione oltreoceano di La camera di Alberto Sordi, con Giacinto ed Erminia in Costa Smeralda.
Nelle pittoresche Southampton, Bridgehampton, East Hampton, Sag Harbor, Sagaponack, Wainscott, Amagansett e Montauk è ormai impossibile godersi un prato; la zecca dei cervi è in agguato, e la sua puntura può procurare disturbi neurologici cronici, come quelli toccati a Bella Hadid e Justin Bieber. Quanto al costo della vita, nel 2026 si prevede che almeno 120 ville saranno vendute a più di 10 milioni di dollari. Soprattutto nella Meadow Lane di Southampton, anche detta Billionaires Lane, i miliardari surclassano i milionari. E allora un caffè costa 13 dollari, una lezione di tennis 250, un avocado toast 37. Volendo osservare il passaggio delle balene e passeggiare sulle spiagge più celebri – Egypt, Cooper’s, Georgica e Two Mile Hollow – bisogna dimenticarsi di arrivare in auto. Per parcheggiare ci vuole un permesso, rilasciato solo a proprietari e affittuari delle ville. Si vendono abbonamenti estivi, ma costano 750 dollari e a febbraio sono già esauriti. Non resta che il people-watching volto agli habitué, ormai ossessionati dalla protezione solare. Per difendersi dai temibili UVA e UVB vagano intabarrati come apicoltori, coperti integralmente di abiti Loro Piana o del più economico Cucinelli, sovrastati da cappelli di paglia larghi come parabole satellitari. Mettiamo però di riuscire a cavarcela passando una settimana agli Hamptons tra stratagemmi e ospitate: restano, tuttavia, i sensi di colpa. Come fingere di non vedere l’immane catena di sfruttamento su cui si basa la perfetta potatura delle siepi, la manutenzione dei tetti a scandole, l’insalata di aragosta del Red Horse Market? Le ville, i prati rasati, le muraglie di ortensie e viburni, sono affidati a squadroni di giardinieri. Springs, a East Hampton, che vide tra i suoi residenti Jackson Pollock, Lou Reed, Willem de Kooning, è oggi il luogo dove abitano, ammassati in camere e scantinati da 1000 dollari a testa al mese, gli immigrati latinos, perlopiù del Guatemala. Giardinieri e anche “sguattere” (cit.), spesso illegali. Oltre alle angherie dei datori di lavoro (10 dollari all’ora, la tariffa media) vivono per giunta acquattati nel terrore delle retate dell’ICE. D’inverno, quando il lavoro diminuisce e non riescono a pagare l’affitto, molti si trasferiscono in tende nei boschi innevati di Bridgehampton. Si dedicano alla cosiddetta “hedge couture”. Ossia imbottire e foderare piante e siepi ornamentali con sacchi di iuta tagliati e poi cuciti a mano sul posto, affinché il freddo non rovini le pareti cellulari delle foglie. In pratica, vengono messe al riparo le piante, mentre i lavoratori vivono al gelo in accampamenti sotto teli di plastica. I latinos sono ormai un quarto della popolazione locale di East Hampton. Infine, per questa somma di motivi, pare che la valle dell’Hudson River (quella di Woodstock, per intenderci) sia ormai ritenuta molto più chic. Del resto, quando l’ex direttore di Vanity Fair Graydon Carter fondò il patinato Air Mail, diede ai collaboratori una sconfinata lista di parole proibite perché kitsch: “The Hamptons” era in cima all’elenco.