Manie e tormentoni dell'internet d'estate
Tutti al rifugio fito bioclimatico sabato sera
Roma ha inaugurato il primo a Centocelle. Alessandria lancia una gara. Bologna ne ha ben 28. Per tutto il resto c'è il depaving

foto Roma Capitale
Non avevamo ancora fatto in tempo a costruirci il rifugio anticatastrofe – una delle mode della Silicon Valley degli ultimi anni, con metratura e gadget a seconda delle possibilità e dei gusti – che improvvisamente arriva quello fito bioclimatico.
Nella magnifica merce dell’internet slop, la spazzatura che circola gajarda sui nostri telefoni e talvolta percola su giornali, giornaletti, old e media “mainstream”, è tutto un formicolare appunto di rifugi bioclimatici. Altri meme iettatori nella caldazza estiva: “Sappiate che siete più prossimi a essere dei rifugiati climatici che non a ricchi come Elon Musk”. Annamo bene. A differenza di quelli cari ai ricconi muskiani, i rifugi bioclimatici sono però strettamente pubblici. Sono, pare di capire, dei gazeboni pergolati tipo vecchie pubblicità Unopiù, con folti rivestimenti di rampicanti, e spruzzini vari di acqua fresca. Insomma, un Twiga fatto da una Santanché improvvisamente abbonata a Gardenia.
Il rifugio bioclimatico è evocativo fin dal nome, uno si immagina Cortina, Cervinia, le ardite architetture sciistiche di Mollino. Sempre più in alto! come diceva la famosa pubblicità con Mike. Invece si sta in città, sotto il gazebone. Il più famoso è infatti quello lanciato dal sindaco di Roma Gualtieri e dall’assessora al verde Alfonsi e sorge a Centocelle, del resto giusto cominciare a proteggere bioclimaticamente le periferie e solo dopo il centro. Dopo aver visti allestiti maxischermi per assistere alla finalissima del Premio Strega, le periferie romane adesso avranno pure i rifugi con gli spruzzini (in molti lasceranno a questo punto le abitazioni a piazza di Spagna e Navona per trasferirsi e usufruire di queste infrastrutture).
Ma insomma il rifugio bioclimatico by Gualtieri sorge nientemeno che a piazza dei Gerani, indirizzo perfetto. “La struttura si trova vicino a un’area giochi e alla fermata del tram ed è composta in acciaio, larga 9,5 per 9,5 metri e altra 4,4 m”, si legge online. Al centro ci sarà un ulivo (forse anche simbolico e beneaugurante per le prossime sfide elettorali in arrivo) e poi “piante rampicanti (glicini, viti americane, viti canadesi, rincospermum) che consentiranno di creare uno spazio dove sedersi al fresco dell’ombra degli alberi e dei nebulizzatori, disponendo anche di comode prese elettriche per ricaricare telefoni o usare computer” (cosa potrebbe mai andare male, con la leggendaria manutenzione romana).
Come le spiagge fluviali con piscina “Tiberis” pubbliche e gratuite: se uno se le immagina a Parigi o financo a Milano, risultano ganze. A Roma, sei subito colto dal sospetto: in una città dove ogni opera pubblica che viene realizzata, per una tragica legge dell’entropia e della fisica, viene immediatamente abbandonata e vandalizzata e rifatta al Giubileo successivo, ti immagini subito il cinghiale a bagno nella fanga. Il rifugio bioclimatico evoca poi subito quel tragico “laghetto bioclimatico”, la risposta green alla inquinante e liberista piscina classica, che taluni hanno vagheggiato per la propria villetta, quelle pozze con alghe e fiori di loto, che ti fanno poi venire subito voglia di cloro e capitalistici robottini pulisci-fondo.
Ma cerchiamo di vedere il lato positivo. Il rifugio-ricarica di Gualtieri, costato 138 mila euro, non sarà che il primo. Sui social ovviamente si sfoga la vis sarcastica romana, c’è chi dice: occhio che con tutti quei rampicanti e quel fogliame il rifugio assomiglierà pericolosamente a un albero, dunque il comune lo abbatterà subito. Il riferimento è al tema “caldo” – letteralmente - di questi mesi, con l’amministrazione romana che sostiene di aver piantato 68 mila alberi, e accusa tutti quelli che invece vedono il pino e il leccio davanti casa sanissimi e storici trucidati di essere dei fascistoni disfattisti.
Dunque noi di sinistra che pure l’abbiamo votato, Gualtieri, e che pensiamo che sia pure un buon sindaco, ma proprio per questo non ci va giù la presa in giro, noi che notiamo un accanimento sospetto su fusti anziani e in forma, noi che temiamo che tra i 68mila alberi piantati siano comprese anche pianticelle ornamentali, un po’ come quando il Governo calcolò le spiagge libere in italia e si scoprirono record pazzeschi (calcolavano come spiagge anche rocce, scogliere, forse anche i rifugi bioclimatici), noi insomma siamo cornuti e capitozzati.
Comunque il rifugio bioclimatico sta diventando un po’ una mania, un po’ ossessione, come i borghi durante il Covid, e gli stalli di plexiglass sempre durante la pandemia. E non c’è solo Roma: ad Alessandria in Piemonte, per non finire come Alessandria d’Egitto, hanno lanciato una “call” – non quelle telefonate di gruppo che la gente ama fare soprattutto in treno e senza cuffiette - bensì una gara, per una “oasi fito bioclimatica”. Bologna conta invece ben 28 rifugi bioclimatici: tra cui “la biblioteca Renzo Renzi della Fondazione Cineteca, e la sala mostre del museo Civico Archeologico”. E un sacco di altri posti al chiuso. Senza rampicanti né spruzzini. Ma con prese elettriche, immaginiamo. Ma insomma il rifugio bioclimatico è un concetto molto ampio, può essere pure uno stanzone col condizionatore, pare di capire. Se tutto è rifugio bioclimatico, niente è rifugio bioclimatico?
Che confusione sotto al cielo, e sotto al rifugio bioclimatico. Chissà se questi rifugi o oasi diventeranno “landmark” perenni delle città (con cartelli stradali eterni, come a Roma quello per il vecchio bunker di piazza Dante, rimasto lì dalla Seconda guerra mondiale). Potrebbero metterci del rincospermum. Ci troveremo tutti lì, a ricaricare il telefono? O non finiremo invece tutti in mall e centri commerciali, come a Dubai? Ci daremo appuntamento ai piedi dell’albero “condizionante”, un finto albero (dunque pure a quello a rischio abbattimento) che si voleva issare nella sfortunata piazza dei Cinquecento a Roma (un albero finto che si basa sul principio del “raffrescamento adiabatico” con pannelli solari)? Boh.
Il progetto è stato cancellato, ma forse, tra finti alberi agognati e veri alberi rasi al suolo, è giunto il momento di decidere una buona volta se questi alberi, come diceva Verdone del Tevere, ci servono o non ci servono. Se abbiamo deciso che non sappiamo come manutenerli, che ci stanno proprio sulle scatole, che oscurano l’ego dell’architetto e complicano al vita del sopra e sovrintendente, invece di farne di finti, copriamo tutto, facciamo una bella tensostruttura, mettiamo una bella aria condizionata, forse anche su tutta la città (partendo ovviamente dalle periferie) e via. Centocelle rifugio climatico diffuso. Centocelle incontra Dubai. Come in un sogno degli architetti radical del Superstudio.
Comunque il rifugio bioclimatico non è il solo tormentone. C’è anche il depaving. Il depaving è stupendo. E’ pure meglio. Non c’entra con il vaping, cioè la sigaretta elettronica. “Alberi e piante possono dare un contributo importante a ridurre gli impatti del caldo estremo che colpisce in particolare le città. Noi investiamo sul depaving”, ha detto la Alfonsi. Il depaving consiste nel togliere asfalto e rimettere terra, rendendo il suolo permeabile e traspirante. Ma, come con gli alberi, Roma una volta tanto era all’avanguardia. Era già devapata o depavata. Non c’era bisogno di abbattere gli alberi e poi fare il rifugio, né di devaparla o depavarla. Con tutte le buche che ci sono, è la città più devapata o depavata d’Europa, del mondo, dell’universo. La più permeabile e traspirante. A Centocelle, ma pure in centro, vabbè.
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Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive tra Roma e Milano. Scrive da un bel po’ sul Foglio. I suoi ultimi libri sono il romanzo “Paradiso” (Adelphi, 2024), “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nella prima èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021), da cui anche l’omonimo documentario.
