Copertine su Ny
Saul Steinberg, l’emigrato speciale
Un rumeno che fugge dall’antisemitismo e arriva in Italia, e poi di nuovo in fuga verso gli Stati Uniti quando anche da noi arrivano le leggi razziali. Nei suoi disegni la prospettiva e la spazialità sono sempre portanti nella composizione
8 AGO 26

Foto Getty
Ci sono due disegni che rappresentano – e rappresenteranno per i socio-archeologi del futuro quando l’impero americano scomparirà – la grandezza percepita di Manhattan. La prima è l’immagine usata per la copertina del manifesto retroattivo di Rem Koolhaas: Delirious New York, del 1978. Nel disegno di sua moglie, Madelon Vriesendorp, i grattacieli vengono umanizzati. L’Empire State building va a letto con il Chrysler. Poi aprendo la porta, arriva il 30 Rockefeller Plaza, e punta il suo fascio di luce sulla coppia sdraiata. Orgia architettonica o adulterio? Ce lo dice il titolo: Flagrant Délit. Tutt’intorno simboli della Big apple. Il tappeto scendiletto è una griglia della città con tanto di Central Park, e c’è un dirigibile sgonfio-preservativo usato (la guglia dell’Empire era stata progettata per l’attracco dei dirigibili).
La seconda immagine che si userà per capire la civiltà e la ubris urbana di New Amsterdam è una copertina del New Yorker del 1976. Anche questo, famosissimo, è un disegno di Saul Steinberg – se ne vendono anche le cartoline nelle librerie hip – e si chiama View of the World from 9th Avenue. Manhattan è al centro del mondo. Massimo sciovinismo newyorkese, dove il resto del globo è ridotto a quadratini di terra, mentre dell’Upper West Side vediamo i dettagli e le persone. Come spesso accade questi cantori della newyorkesità non sono nativi. Non sono nemmeno anglosassoni. Vriesendorp e Koolhaas: olandesi. Steinberg: un rumeno che fugge dall’antisemitismo e arriva in Italia – politecnico di Milano, allora regio – e poi di nuovo in fuga verso gli Usa quando anche da noi arrivano le leggi razziali. Steinberg era di fatto un architetto. L’occhio del migrante, dell’expat, del rifugiato, si mescola con quello del laureato al politecnico. Nei suoi disegni la prospettiva e la spazialità sono sempre portanti nella composizione. Steinberg entra nell’esercito della nuova patria e viene mandato in giro per il mondo – Cina, Nord Africa, Calcutta, di nuovo in Italia. Questa cosa per il New Yorker, con cui collabora, è perfetta, dato che il magazine si è sempre rifiutato di pubblicare fotografie – “Non siamo mica Life” – e così i reportage della guerra vengono accompagnati dai disegni di quest’ebreo rumeno ventisettenne.
La sua linea fa capire ai lettori cosa succede nei teatri del conflitto. Quel mondo – i suoi personaggi e i suoi spazi fisici – lo vediamo poi raccolto nel suo primo libro ora ripubblicato da Adelphi, Tutto in linea, uscito nel 1945. Dentro ci sono Hitler e Mussolini, vulcani fotografati dai GI, città bombardate, jeep e carrarmati nei centri storici, tanti soldati che girano per le città europee e si stupiscono degli affreschi e si siedono ai piedi dei monumenti. In mezzo anche surreali immagini dove il gioco è solo quello della linea del pennino, e vignette comiche, come quella che anticipa la sete trumpiana per la bibita simbolo dell’America e il bottone sulla Resolute desk: un pilota mostra il complicatissimo quadro di pulsantini dentro la cabina al collega e dice con un sorriso: “e questo qui è per la Coca-Cola”. Una delle ultime copertine della rivista New York – nata in chiave anti New Yorker, meno snob, tante foto e comprata da poco dal figlio liberal di Rupert Murdoch – mostra la città colorata da file di persone che stanno in coda (in un disegno di Peter Arkel). “Per la città sempre in movimento non è mai stato così alla moda essere in coda”, dice l’articolo che parla di come oggi tutti si mettono in fila per il miglior bagel o un matcha latte o una Instagram opportunity o un play di Broadway – gli edifici sono solo uno sfondo alle esperienze e al consumo di carboidrati.