TERRAZZO
Solo posti in piedi in città. La fine delle panchine tra stazioni e parchi pubblici
Sedersi per bene è impossibile soprattutto se hai fretta o se non vuoi spendere e far la coda per un caffè. L’idea ottocentesca di città come salotto è svanita
27 GIU 26

Foto ANSA
Zigzagando tra i trolley e i pickpocket può capitare nelle grandi stazioni, come Termini e Centrale, di vedere persone in camicia, con Airpods e mocassini, accucciate a terra come mendicanti, o come samurai che si riposano. Hanno magari anche un bel MacBook aperto davanti, in bilico sulle ginocchia. Perché le panchine non esistono più. Sedersi per bene è impossibile soprattutto se hai fretta o se non vuoi spendere e far la coda per un caffè da Cova o da Panella. Le alternative sono la lounge Freccia, se hai il biglietto adatto, o Five Guys, dove su tavoli unti puoi mandare qualche mail inzuppato dall’odore di bacon e dal rumore dello scroll or die dei turisti. Non è solo la stazione. Le panchine anche nei parchi ormai, quando non sono divise in due come manovra anti-vagabondaggio, sono sempre meno. L’idea ottocentesca di città come salotto è svanita. “Che cosa resta del diritto alla bellezza, all’acqua, a una panchina all’ombra mentre si aspetta un treno?”, si chiede Elena Granata nel suo La città è di tutti (Einaudi). Come nasceranno storie come Austerlitz o Il maestro e Margherita? Le spie dove si scambieranno i documenti top secret?
“Le panchine all’ombra sono ormai così rare dovunque da pensare di doverle candidare davvero a patrimonio dell’umanità”, dice l’urbanista. E in quelle dei giardini Montanelli non si può più nemmeno fumare. La tavolinizzazione si prende le piazze, invasione dei dehors figli del Covid. “Le città italiane sono sempre più regolate da misure decorocratiche”. Le scale delle chiese poi, dove un tempo Audrey Hepburn mangiava il gelato, non possono più diventare “luoghi da bivacco”, per usare la terminologia dei sindaci. Cosa succede quando decoro e sicurezza tolgono spazio ai cittadini e negano la socialità? O anche l’asocialità di sedersi e leggere un libro? E soprattutto, la ricerca del decoro, non fa poi effetto Dubai? “La morbidezza di forme urbane costruite per non disturbare, non interrogare e non provocare è il riflesso del dominio della bellezza come imperativo pubblico e obbligo morale individuale” scrive invece il sociologo Giovanni Semi in E’ il capitalismo, bellezza! (Einaudi).
E mentre in centrissimo succede questo, nelle zone con coatta gentrification in corso si cerca da una decina d’anni di pedonalizzare rapidamente ed economicamente alcuni incroci, con panettoni di cemento, chiudendo strade e dipingendo l’asfalto di colori giocosi, con qualche tavolino da ping-pong. “Qualcuno pensi ai bambini!”, dicono. E’ il cosiddetto progetto Piazze Aperte che ora il comune di Milano, in odor di elezioni, vuole far suo trasformandolo in qualcosa di perenne. E così quell’accrocchio hipster di pancali e aiuole solidali, dove giocano i bimbi di NoLo e Isola, verrà inglobato nell’estetica della città Expo-Olimpiadi. Con l’aumento delle temperature il progetto prevede “pavimentazioni drenanti”, togliendo il caldo asfalto. “Depavimentare”, ha detto l’assessora al verde. Forse abbiamo fatto il giro e torneremo a sederci sui tronchi.