La casa, ossessione degli italiani

Da casa Einaudi a quella di Giorgio Morandi. La collana ideata da Andrea Cortellessa e da Emanuele Trevi, “Case come me”, recupera quelle case che furono il cuore e l’identità degli artisti prima che tutti finissero come turisti sempre in residenze altrui

27 GIU 26
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Foto Getty

Un tempo paese di proprietari di casa, tutto tinello, fettina panata e riposino al pomeriggio, l’Italia si è risvegliata negli anni Duemila come un paese più che altro di proprietari di bed and breakfast. Tra arredi di recupero, come sempre della nonna e una modernità tutta Ikea che ha trasformato - come da controprova durante le infinite videocall pandemiche - ogni casa di ogni paese in uno show-room svedese, senza però quella precisione insensata che dona stile ed eleganza, dai barattoli di vetro pieni di ceci, ai giochi dei bambini colorati e sparpagliati come un tempo si sparpagliavano i Quaderni piacentini e Micromega per fare colpo sugli invitati. Insomma proprietari sì, ma di cosa non si sa più bene, le case appaiono sempre più prive d’identità oltre che di abitanti i quali tendono a cambiare ogni due o tre giorni a seconda della stagionalità. Ecco allora che giunge in soccorso dello spaesato accasato contemporaneo una piccola e preziosa collana ideata da Andrea Cortellessa e da Emanuele Trevi (con il progetto grafico a cura dello Studio Sonnoli) che recupera quelle case che furono il cuore e l’identità degli artisti prima che tutti finissero come turisti sempre in residenze altrui e di imprese culturali prima che fare impresa culturale fosse solo fare debiti.
Quindi “Case come me” ovvero case al tempo del Novecento. Impossibile non restare così stupefatti e a bocca aperta dalla bellezza essenziale e ovviamente bianchissima di casa Einaudi che per un certo periodo si fece - come logica del narcisissimo proprietario e padrone ovvero il Principe Giulio - cristologicamente trina tra Torino, Roma e Milano. Paolo Di Stefano racconta l’algida casa einaudiana mai però priva di ironia da Fruttero & Lucentini fino all’attuale presidente Walter Barberis che di quella casa conosce ogni anfratto così come i vantaggi dell’ufficio singolo proprio là dove s’innalzò un tempo l’insegna del collettivo e di quel mercoledì dalle discussioni infinite e dalle decisioni tranchant. La storia di una casa è la storia di un’impresa in senso eroico, ma anche rivelatrice di tutti gli imbarazzi che l’intimità condivisa può rivelare. Luogo intimo al limite del sacro è la casa di Giorgio Morandi di cui scrive Marco Antonio Bazzocchi: spazio privato che divenne totale per l’artista bolognese, lo stesso indirizzo - via Fondazza - ha la forma di un budello che si restringe fino a pulire la luce e a offrire quegli angoli luminosi come si colgono dalle foto di Luigi Ghirri, primo di una serie di esploratori della luce all’interno della casa studio di Giorgio Morandi. Difficile ritrovare una così aderente corrispondenza tra la vita e l’arte di Morandi come quella che corre tra le sue opere e i suoi oggetti quotidiani. Una corrispondenza che porta spesso a confondere e anche a illudere che quel vaso davvero possa prendere vita con il pensiero: “Vieni vaso, vieni””, come prova insistentemente a fare il molto casalingo Massimo Troisi in Ricomincio da tre.