Il mondo è dei Vignelli e non lo sapevamo

Da Milano a New York, un'avventura in Helvetica. Massimo e Lella Vignelli hanno disegnato tutto, dalle metropolitane allo studio del Tg2. Poco conosciuti in patria, finalmente una mostra rende onore alla coppia del design

9 GIU 26
Immagine di Il mondo è dei Vignelli e non lo sapevamo
Si parla tanto di egemonia culturale, ma una delle poche egemonie mai realizzate è quella di Massimo (1931-2014) e Lella (1934-2016) Vignelli. Non li avete mai sentiti nominare, è probabile, del resto una delle prime regole dell’egemonia è negare che esista. Ma se avete un iPhone, se avete mai preso una metropolitana a New York o un aereo American Airlines, se avete mai maneggiato una borsina di carta di un grande magazzino, o se riconoscete il marchio “United Colors of Benetton”, sappiate che quello è un mondo disegnato per voi dai Vignelli (è, insomma, il ceruleo del design). 
Lui milanese, lei di Udine, si incontrano studenti al fatale Iuav di Venezia negli anni del boom, lei sorella del pregiato designer Gino Valle;  grazie a una borsa di studio al MIT la coppia fa un primo soggiorno di studio negli Stati Uniti, dove poi metteranno su casa e bottega – mai espressione sarà più giusta per questa coppia che sempre insieme, sempre all’insegna del “design totale”, ridisegna le quinte teatrali della nostra esistenza, tra due mondi. Adesso una mostra imperdibile alla Triennale di Milano (di cui la coppia disegnò anche la grafica dell’edizione ‘64) celebra il duo. Una delle ultime esposizioni dell’èra Boeri, a cui va reso merito di aver dato a Milano un quasi decennio coi fiocchi.
Milano poi che è impregnata (come l’Italia) dei Vignelli: le locandine del Piccolo Teatro, con l’uso a manetta dell’Helvetica, carattere che il duo non inventa ma impone al mondo, come spiegano in un video in mostra. Video tratto da un talk show americano d’epoca in cui raccontano la loro “poetica”, video che si riguarderebbe in loop, loro che spiegano le stoviglie impilabili nascondi-avanzi di lacca rossa della linea Kyoto perché “sa, quando si impilano i piatti alla fine dei pasti diventa una schifezza, a meno di avere un maggiordomo, e noi non abbiamo un maggiordomo”, e poi mostrano delle forchette appena disegnate per gli hotel della Ciga, insomma un video che è un perfetto pendant alla celebre lezione americana di Aspen di Achille Castiglioni (da cui Vignelli aveva lavorato), solo che Castiglioni non sapeva l’inglese e loro invece sì, benissimo.
Belli, internazionali e sorridenti, senza metterla giù troppo dura, prima dell’invenzione dell’Helvetica lui spiega che per i suoi lavori ritagliava le lettere “normali” e poi le riattaccava più vicine, perché nei giornali, nei loghi, insomma in tutto il mondo della grafica le lettere erano troppo lontane, poi finalmente i Vignelli regalano all’America e al mondo questo carattere, uno dei tre-quattro possibili e immaginabili secondo il “canone Vignelli” (unici ammessi: Bodoni, Garamond, Century, e appunto Helvetica). Helvetica alla mano, i Vignellis  rifanno i connotati  grafici all’America.
Ma già la storia della invenzione dell’Helvetica è già una scena da Oscar, altro che “The Brutalist”: il tipografo Felice Nava (poi Nava Design) viene fermato dai doganieri alla frontiera tra Italia e Svizzera, con la macchina piena di caratteri di quel nuovo tipo, in piombo. Poi nel '66 i Vignelli li introducono per la prima volta in Usa con il marchio per il colosso dell’alluminio Alcoa. 
Opera forse più celebre è la metro di New York (ma pure di Washington), con tutte le segnaletiche, e studi per la chiarezza delle insegne, che si devono poter vedere da qualunque posizione da fuori e dentro il vagone. Chiaro l’influsso di Bob Noorda, che nel ’64 aveva inventato la metro “rossa” di Milano insieme a Albini e Helg. Nel 1965, Vignelli co-fonda Unimark International, la prima agenzia di design veramente globale del mondo,  e mette proprio Noorda a dirigere l’ufficio milanese, mentre lui presidia la Grande Mela (e veramente ci vorrebbe un “Mad Men” dedicato agli italiani che fecero l’impresa tra Linate e Jfk, dove progettano peraltro la grafica del Terminal 8). 
E quanto ci sarebbe da dire su una linea lombarda-illuminista di design sotterraneo (Vignelli-Noorda-Helg) fatta di stazioni ben disegnate e di basso profilo, opposta a un  pensiero metropolitano meridiano, con stazioni grandiose e con l’arte dentro (contemporanea a Napoli, antica a Roma), e peccato se il convoglio non passa e ci si mette meno a piedi. 
Vignelli è "L'uomo che ha disegnato Manhattan", secondo il New York Times dieci anni fa, ma c'era pure una donna. Massimo più sulla grafica, Elena detta Lella più sul “tridimensionale”, lui seguace di Max Huber grande grafico svizzero, lei ha come insegnanti Scarpa e Zevi; maestro di entrambi, Mies Van der Rohe. “Quando siamo arrivati in America tutto era brutto”, dicono i Vignellis alla sbigottita intervistatrice americana mentre scorrono le immagini di casa loro, un loft minimalista di cui si intravede solo un Lichtenstein alla parete. “Aborriamo il collezionismo. Il collezionismo va bene solo se sei ricchissimo, e ti compri solo cose bellissime. Altrimenti collezionare vuol dire riempirsi la casa di ciaffi. Per questo casa nostra è vuota”, dicono i due. E ancora: “Bisogna dare alla gente quello di cui la gente ha bisogno, non quello che vuole. Come ha fatto Steve Jobs”. 
Disegnano i grandi magazzini Bloomingdale dal marchio alle scatole da regalo alla borsina di carta, la “Big brown bag”, oggi diventata igoniga, oggi che tutti usano le borsine di carta anche nei negozi chic (di nuovo, il ceruleo), e la leggendaria collezione di stoviglie di plastica colorata Heller, di cui non registreranno mai il copyright (la presentatrice americana non riesce a capacitarsene) e poi ancora tutti i cataloghi e la grafica Knoll, e quella dei parchi naturali americani, e le poste americane, e i marchi Ford, Ibm, le guide della Audubon Society. 
Nel '71 lasciano Unimark e fondano Vignelli Associati, ma il concetto non cambia: “Se è uno stile non è design. Il design è una soluzione professionale a un particolare problema”, dice lui. Ancora: fondamentale lo spazio, il vuoto come il pieno, e la “gabbia” grafica, senza la quale nulla si può disegnare (bene). La praticità, il senso, niente che non sia necessario (il logo AmericanAirlines tutto attaccato, blu e rosso). No bullshit, che si disegni un giornale o una poltrona. 
Ridisegnata l’America, messo ordine nel gran guazzabuglio degli stili, tornano in Europa. E lì ecco loghi e grafiche per Lancia, Cinzano, Pirelli, e le bottiglie Feudi di San Gregorio, e United Colors of Benetton, tutta la segnaletica attualmente in uso alle Ferrovie dello Stato (scritte bianche su fondo azzurro), il logo della Stazione Termini; e poi poltrone, e gioielli e pure occhiali, e il logo e lo studio del Tg2 tutto acciaio con la pila di monitor dietro (che tempi, pensiamo alla Rai di oggi! La grafica la farebbe un cugino di Pino Insegno con l’AI). Ma ai tempi, Carmen Lasorella bellissima dice in diretta: “ecco il nuovo studio del nostro telegiornale”. E la poltroncina “Intervista” disegnata dai Vignelli per Poltrona Frau come parte dello studio (diventata subito bestseller).
E poi ancora Biennali e Triennali, e un sacco di libri, Penguin e la Biblioteca Sansoni e Lerici e Feltrinelli, non importa quale sia il manufatto:  “La nostra vita è disegnare, e combattere ogni giorno contro la bruttezza”; contro “l’inquinamento visivo”, dicono i due, sorridenti,  forchetta in mano, in una summa di milanesità temprata dall’americanità (lui, ancora studente a Venezia, già disegna robe per Venini, mica come i fuorisede delle Città di pianura che vanno a zonzo! Mentre lei Scarpa lo ha appunto come professore, che le mette sempre il massimo dei voti!).
Insomma, siamo tutti vignellizzati a nostra insaputa. Ma non è colpa nostra: fino agli anni '80 la coppia rimane il gran segreto dei non addetti ai lavori, non son famosi come i Magistretti o come le Gae Aulenti perché son sempre stati fuori dai movimenti e dalle “conventicole”, dai dibbbattiti tra radical design e classicismo, impegnati a lavorare bene e ad avere piuttosto molto successo globale, insomma la solita solfa.
“Questi aspetti non generarono curiosità intellettuale né stimolarono approfondimenti giornalistici, anzi, suscitarono un mix diabolico di invidia e indifferenza”,  scrive Marco Sammicheli, co-curatore della mostra (insieme a Francesca Picchi, allestimento di Jasper Morrison, fino al 6 settembre, catalogo Electa). Finalmente nel 1990 Germano Celant si accorge di loro, e arriva un Compasso d’oro, per una roba minore.
Però, d’ora in avanti, anche se volete essere di quelli che non sanno nulla di design, ricordate, ceruleo Vignelli. Sappiate che la grafica di quel telefono che avete in mano, e i numerini della sveglia e della calcolatrice su tondo colorato, e i calendari Stendig con le lettere bianche su fondo nero, è tutta roba loro. Se il mondo è un po’ meno brutto, è anche grazie a loro. Se il mondo vi sembra ancora brutto, immaginate come sarebbe senza i Vignellis, vabbè.