Gli architetti, troppo facili da odiare

Il libro di Gabriele Neri ripercorre 500 anni di sfottò a una professione e una categoria indispensabile ma che tutti a un certo punto hanno detestato 

2 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 11:30
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Ah, l'architetto. L'architetto è una delle figure che tutti amiamo odiare, forse più dei giornalisti (giornalai!) e dei politici (o in America degli avvocati). L'architetto è da sempre visto come un fighetto sconclusionato, un esoso complicatore di faccende, un vanesio che non sa disegnare una finestra e pretende pure d'essere un artista.
C'è da dire che l'architetto se le va a cercare, è il più grande dispensatore di interviste e dichiarazioni, ha l'ego espanso come il suo cemento, non manca occasione per regalare profezie che giammai si avverano (come col Covid, quelli che teorizzavano che si sarebbe tutti andati a vivere nei borghi: c'è andata solo la Famiglia nel Bosco - orizzontale - e si è visto com'è finita). E appena possibile si mette in posa, l'architetto, come il Rem KooIhaas tenebroso con palandrana di pelle un po' ispettore Derrick, il ganzo Ratti della Biennale, il Boeri della Triennale, i Formafantasma tutti di Prada vestiti, e prima ancora il bombastico Bruno Zevi fino a Fuksas (subito trasformato in "Fuffas" nelle imitazioni). Inseguitore e creatore di "tendenze", "trend", è orgetto di scherno da quando esiste lo scherno.
Una riflessione sul vasto filone dell'architect shaming - immagino esisterà la parola - arriva da Gabriele Neri, professore associato di Storia dell'architettura al Politecnico di Torino, che in un libro pubblicato per Casagrande, insieme all'Università di Mendrisio, dove sul tema si è tenuta pure una mostra, analizza un po' ciò che è stato questo ampio filone. In Satira dell'architetto si parte dal Cinquecento fino a oggi per vedere come questa figura viene da sempre messa alla berlina. Se Tom Wolfe scriveva Maledetti architetti (titolo originale From Bauhaus to Our House), già molti anni prima Flaubert nel suo Dictionnaire des idées reçues alla voce "Architetti" scandiva: "Tutti imbecilli. Nelle case, dimenticano sempre le scale".
Ma si può andare ben più indietro, almeno appunto fino al Sedicesimo secolo. quando con l'allegoria dell'architetto buono e di quello cattivo di Philibert de L'Orme si comincia a mettere in chiaro cosa piace e cosa no di questa figura sempre ibrida, né carne né pesce, non del tutto creativo ma mai del tutto tecnico (o variante lombarda, tènnico). Perché appunto, paralelamente all'encomiastica e a all'agiografia, compare regolare una pernacchia. Se da una parte i grandi vengono immortalati su ogni possibile manufatto, come Giulio Romano dipinto da Tiziano. Louis Kahn fotografato da Cartier-Bresson, Brunelleschi che lascia il suo segno in Santa Maria del Fiore, e poi ancora film e romanzi (come "The Fountainhead" ispirato a Lloyd Wright o il recente "The Brutalist"); e perfino sulle banconote, come Le Corbusier sul franco svizzero e Bernini sulle vecchie cinquantamila lire, abbiamo anche un parallelo e continuo sfottò. 
Una delle prime caricature esistenti è quella su Francois Mansart (1598-1666). tra i più acelamati del Seicento francese. autore di opere come l'Hôtel Carnavalet a Parigi, oltre che del tetto a mansarda che da lui prende il nome. Mansart viene sfottuto in una caricatura che lo ritrae a cavallo di un mulo, protetto da un grande ombrellone. Il disegno datato 1° maggio 1651 atribuito al pittore e incisore Michel Dorigny fu pubblicato insieme a un pamphlet concepito come un attacco al celebre architetto, che aveva all'epoca molto potere. Mansart era famoso per le continue modifiche ai progetti in corso, per la vita lussuosa e frivola, per le richieste da star (non ancora coniato il termine "archistar") e la sua arroganza gli inimicò importanti committenti; inoltre, la leggerezza con cui trattava le questioni finanziarie lo espose all'accusa di corruzione. Il pamphlet, intitolato Mansarade, ou portraict de l'architecte partisan, si apre con un "sincero avvertimento" rivolto a chi intraprende costruzioni, mettendo in guardia dalle frodi e dalle rovine provocate da un "nemico delle Arti e delle Scienze" e "ministro dell'avarizia".
Se Mansart è ritratto su un asino, secoli dopo Walter Gropius, nel 1930, in groppa a un dromedario, verrà raffigurato su "Deutsche Bauhütte", giornale tedesco legato alla destra e contrario allo sviluppo dell'architettura moderna. La vignetta mostra Gropius che avanza vestito da vescovo con un sigaro in bocca e due sacchi pieni di soldi in braccio, sullo sfondo dei vituperati nuovi edifici già con crepe preocupanti (mentre i sacchi di soldi fanno riferimento ai ricchi finanziamenti pubblici che l'archistar aveva ottenuto).
A metà tra le due epoche, nel 1824, ecco invece un omino impalato su un campanile: la didascalia recita "Nashional taste. L'omino è il celebre John Nash (1752-1835), prediletto di Giorgio IV, autore di Regent Street e Buckingham Palace. L'autore è George Cruikshank, uno dei più grandi illustratori inglesi di tutti i tempi, e raffigura Nash sulla guglia della chiesa di All Souls a Langham Place, da lui costruita pochi mesi prima a Londra e al tempo oggetto di un forte dibattito.
Neri è troppo colto per inserire (mi candido per un libretto, o cedo idea come nuova a un dottorando) un capitolo sulla satira dell'architetto nei film della commedia all'italiana, da Pozzetto (spesso architetto o ingegnere o muratore nelle sue pellicole) ai Vanzina (cineasti peraltro molto attenti alla ricostruzione esatta degli spazi pubblici e soprattutto privati). Nei loro film c'è sempre un progettista che rallenta i lavori, è esoso,  fa da ostacolo alle brame dei padroni di casa: da quello di "Vacanze di Natale 2000" che non ha sistemato lo chalet in tempo per "il festone di capodanno" ("ma che sei, Renzo Piano?") a quello che presenta parcelle esagerate alla coppia aspirazionale finalmente installata ai Parioli nel seminale "Le finte bionde", fino al "Fratelli d'Italia" dove Christian De Sica viene scambiato per figlio di Raoul Gardini e finisce su una barca prestigiosa. Solo un intrigante architetto lo sospetta, il suo nome è Gianluigi Busini Chigi (con l’evidente richiamo a Busiri Vici, ampia e nota famiglia architettonica romana). Ma Dino Risi li chiamava piuttosto "Abusivi Rici", per certe case di vacanza al Circeo. 
  Da parte loro, gli architetti non è che se la passino sempre bene. tormentati da committenze pubbliche e private sempre insoddisfatte, leggi razziali, persecuzioni varie. incomprensioni e appunto pure gli sfotto, come raccontato in un altro libro da poco uscito, Vite stravaganti di architetti, di Manuel Orazi, Giometti & Antonello editori, che raccoglie quarantuno ritratti di architetti, da Carlo Mollino a Philip Johnson, da Yona Friedman a Gae Aulenti, alcuni dei quali già pubblicati in forma diversa qui su Terrazzo.