TERRAZZO
Piero Portaluppi, l’amore di Milano. Una mostra
Una quarantina di tavole originali a Villa Necchi-Campiglio per testimoniare non solo l’attività professionale ma soprattutto la straordinaria ironia dell’architetto milanese, che “anche quando disegna prospettive, facciate, interni o città immaginarie conserva il gusto della battuta visiva”
30 MAG 26

Foto ANSA
Nel 2009, quando uscì nelle sale Io sono l’amore, molti ne furono sorpresi. Un giovane Luca Guadagnino, reduce allora da Melissa P., aveva firmato un melodramma su una famiglia di industriali che rivelava al grande pubblico un’estetica sofisticata alla quale, in Italia, non si era abituati. Gli interni in particolare creavano un’atmosfera straordinaria. In effetti il film era stato girato in una delle più eleganti dimore milanesi: villa Necchi-Campiglio. Immersa in un parco nel cuore della città, la villa fu costruita nei primi anni Trenta su progetto di Piero Portaluppi ed è oggi di proprietà del FAI che l’ha trasformata in una casa museo unica nel suo genere in cui l’architettura diviene uno scrigno per una collezione d’arte straordinaria.
Da oggi Villa Necchi-Campiglio si arricchisce ulteriormente; la Fondazione Portaluppi, nata nel 1999, ha concluso le sue attività decidendo di donare al FAI tutto il prezioso materiale presente nei suoi archivi che sarà d’ora in poi conservato proprio a via Mozart.
Un patrimonio notevole fatto di un migliaio di disegni, altrettante fotografie, schizzi, alcuni imperdibili arredi, volumi rari e persino delle bobine cinematografiche girate dallo stesso architetto col pallino della cinepresa.
Per festeggiare questa acquisizione è stata recentemente inaugurata la mostra Piero Portaluppi: l’arte del disegno. Curata da Roberto Duilio, si snoda nel sottotetto della villa, dove possiamo ammirare una selezione di una quarantina di tavole originali. Le opere testimoniano non solo l’attività professionale ma soprattutto la straordinaria ironia dell’architetto milanese che “anche quando disegna prospettive, facciate, interni o città immaginarie conserva il gusto della battuta visiva”. Oltre ad alcuni progetti realizzati sono infatti illuminanti i disegni di architetture fantastiche. In questo senso uno degli esempi più noti (ed equivocati) è il celebre progetto per un grattacielo; considerato spesso come una dimostrazione delle visionarietà utopica di Portaluppi è in realtà un monito alla distopia: si intitola infatti S.K.N.E., un acrostico che sta per SKappaNE. Non meno irriverente è il disegno in cui si immagina una moderna città fatta di blocchi residenziali gradonati a perdita d’occhio, peccato che il nome Allabanuel, se letto al contrario, smonti le seriose teorie urbane di quegli anni con un calembour illustrato.
Un’ironia sagace e sofisticata, non certo comune tra gli architetti, che ritroviamo in due giganti del Novecento come Aldo Rossi, che si laureò proprio con Portaluppi, e ancor di più in Saul Steinberg, mitico illustratore di memorabili copertine del New Yorker, che dell’architetto milanese fu allievo al Politecnico di Milano.
Ripercorrere insomma la vita di Portaluppi e poterlo fare oggi negli spazi di villa Necchi-Campiglio significa evocare un mondo ricco, colto e sofisticato, prodotto di una borghesia di cui lo stesso architetto faceva parte ma che, fortunatamente, si prendeva assai meno sul serio di quanto accada oggi.