Terrazzo
Roma, signora delle grandi curve. Un saggio
Al di là del folclore che spesso nella Capitale diventa sostanza, l’indagine che propone Cristian Sammarco in Roma e la curva (Anteferma edizioni) è seria e scava nel profondo il carattere di un luogo di cui non ci si può mai accontentare, in cui più si scava e più ci si ritrova
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18 APR 26

Foto Ansa
Roma si dice quadra eppure è tutta curve e controcurve. Infatti se per la mitologia nasce quadrata e quadrata rinasce all’EUR - la piccola Brasilia romana costruita negli anni Trenta per un’Esposizione Universale che non si farà mai - la Capitale è fatta di onde e continue curve necessarie a conciliare le contraddizioni di una forma che nonostante l’urbanizzazione a tratti feroce - là dove c’erano resti romani ora c’è una palazzina - vede alternare cemento a una natura selvatica urbanizzata tra spiazzi, marciapiedi e rotonde piantate in mezzo al traffico. La morfologia di Roma resta Imperiale e decisamente poco contemporanea, capace di meravigliare e stancare nel suo alternarsi che spesso si sintetizza in sette colli di monnezza come dichiara Oreste Nardi (Marcello Mastroianni) al giudice in Dramma della gelosia di Ettore Scola.
La curva, va da sé, non può che partire dal Colosseo, quello vero non quello per l’appunto quadrato tutto ventennio e moschetto, un Colosseo che il Superstudio immaginò restaurato e completato in quel Grand Hotel Colosseo o Monumento continuo totalmente assurdo e irrealizzabile che però oggi si palesa nel suo ruolo di passaggio tra una carbonara tutta carbocrema e uno spritz al limoncello, veri piatti tipici di tutti i centri città italiani che si rispettino. Ma al di là del folclore che spesso a Roma diventa sostanza, l’indagine che propone Cristian Sammarco in Roma e la curva (Anteferma edizioni) è seria e scava nel profondo il carattere di un luogo di cui non ci si può mai accontentare, in cui più si scava e più ci si ritrova. Infatti nonostante le ansie dell’architetto socialista interpretato da Nino Manfredi ne Il padre di famiglia (“Ecco, ecco il miracolo economico, il boom edilizio. Vede? Sembra un cimitero, una città prefabbricata, una specie di carcere a vita. E noi stiamo ancora qui a discutere di piani regolatori”) Roma non ha mai perso la sua anima anche là dove il suo territorio dista chilometri (e anni di metropolitana in costruzione) dal suo cuore. Dal GRA, il Grande Raccordo Anulare che fu fatto Sacro, fino al Colosseo ecco che Sammarco offre una perlustrazione sulla città nel tentativo d’inseguire quel senso che un po’ viene colto e un po’ inevitabilmente sfugge, quasi a rilanciare un significato che di volta in volta muta e si stiracchia tra i suoi millenni d’indagine continua. Il risultato sono soluzioni improvvise, ardite e assurde ma tutte estremamente valide.
Dal Serpentone a Corviale, figlio di un realismo socialista tra i pascoli, fino alla Via Appia, un tempo buen retiro del socialismo danzante di governo, ecco che tutto si fa curva e piega. Bisogna passeggiare nella curva come avverte Flavia Rossi, le cui fotografie accompagnano il saggio di Sammarco, per comprendere una città che non sembra mai smettere di produrre resti offrendo in cambio un significato possibile ai suoi abitanti, una forma d’accoglienza a tratti indisponente, ma densa di una nuova possibilità; sempre oltre la successiva curva.