C’era una volta il turismo in America

Nel 2025 gli Stati Uniti hanno perso oltre dieci miliardi di dollari di introiti legati al turismo e il numero di visitatori stranieri si è abbassato almeno del sei per cento rispetto agli anni di Biden
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14 FEB 26
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Times Square, il Grand Canyon, Hollywood Boulevard. Vale davvero la pena vedere le glorie del capitalismo, dell’erosione fluviale e della settima arte se si rischia di finire ammanettati al Jfk con la minaccia di esser spediti in qualche prigione circondata dal fossato con gli alligatori? O almeno l’immagine dell’America è diventata quella. Sono bastate una manciata di storie uscite in questi mesi, come quella dei turisti tedeschi rinchiusi per settimane in centri detenzione dell’Ice a San Diego, o di gente semplicemente rimandata indietro dopo un piccolo controllo del loro feed Instagram. E così il turismo statunitense soffre, e si lamentano i tour operator (anche se la notizia qui è che i tour operator esistano ancora). In estate, durante il picco vacanziero, i voli dal vecchio continente sono diminuiti del 12 per cento. Ma, oltre la paura, c’è anche la presa di posizione: molti canadesi dopo esser stati invitati a diventare cittadini – “Il Canada sarà il 51esimo stato!”, dice Trump – hanno detto che non metteranno più piede negli Stati Uniti, nemmeno per svernare in Florida o andare a godersi le cascate del Niagara dall’altro lato. Ad accorgersene sono stati i venditori di hot dog di Central Park che a differenza degli scorsi anni non devono più cambiare dollari canadesi agli avventori. Quella dei vicini del nord è una bella fetta del traffico: sono i turisti più numerosi, una ventina di milioni all’anno, con una spesa di 20 miliardi. I luoghi di turismo rurale vicino al confine, tra microbreweries, bnb, festivalini, parchi avventure e sentieri ciclabili, hanno visto un declino fino al 60 per cento. A Palm Springs, in California, l’amministrazione locale ha coperto le strade di poster con la foglia d’acero dicendo: “Noi amiamo i canadesi, venite qui!”.
Gli ultimi dati della American tourism association ci dicono che nel 2025 l’industria statunitense ha perso oltre dieci miliardi di dollari, e che il numero di visitatori stranieri si è abbassato almeno del sei per cento rispetto ai sonnolenti e noiosissimi anni bideniani. E in un periodo in cui nel resto del globo c’è il boom, in cui si spende tanto per le “esperienze” – vezzo post-Covid – e il settore supera un decimo dell’economia mondiale. Poi certo, c’è anche la questione economica. Gli Stati Uniti son sempre più cari – e pure l’Esta, per entrare nel paese, è passata da 20 a 40 dollari, comunque meno di un bagel col salmone a Brooklyn. Trump ha anche triplicato i biglietti per i parchi nazionali (solo per gli stranieri). Si potrebbe fare una guida per i viaggiatori che vogliono comunque rischiare. Uno: eliminare dall’iPhone ogni meme salvato con la faccia di JD Vance che sembra un bambino paffutello col lecca lecca. Due: togliere i like su Facebook agli articoli del New York Times sulle azioni dell’Ice in Minnesota. Tre: rimuovere i pronomi dai profili. Quattro: portarsi un cappellino rosso di emergenza nello zaino, che non si sa mai.
L’Italia tra i paesi europei è l’unico però da cui sono aumentati i viaggi oltre l’Atlantico, verso New York e San Francisco, sarà forse l’amore per le rovine in fiamme, l’abitudine a vedere gli imperi che crollano, e forse farsi un selfie con la tazza di Starbucks su Fifth Avenue vale una perquisizione di Greg Bovino. Oppure di colpo tutti gli elettori della Lega, filo-Maga, hanno deciso di andare al Moma invece che a Pontida, chissà.