Terrazzo

Dalla cucina alla tv (a scomparsa). Quell'impossibile minimalismo

Gianluca Nativo

Ora che l’architetto soddisfatto ha aggiornato il suo portfolio con l’ennesimo angolo cottura senza pensili, tutte le superfici vuote inizieranno a popolarsi di piccoli oggetti, qualche centrino, un cadeau della zia che è passata per trovare gli sposi

Arredare casa nella periferia di Napoli non è cosa semplice. Mentre al giovane rogante milanese basterà recarsi nel mercatino dell’usato più vicino per procurarsi una Cesca, un comodino Kartell, una Tizio, il giovane meridionale si imbatterà in mercatini in cui trionfano quasi sempre lampadari di Murano, giare di ottone, busti neri di scugnizzielli napoletani, paccottiglia infinita di ceramica di Vietri. I più accaniti cederanno a spese di spedizioni esagerate pur di farsi recapitare un Bobby ingiallito dal tempo e ripescato in una cascina nel bergamasco, ma gli altri si arrenderanno presto, affidandosi all’architetto di turno che magari ha studiato a Milano e non si perde un Fuorisalone.

Molto probabilmente il suddetto architetto avrà un gusto spiccatamente nordico, minimalista, disegnerà per la giovane coppia di sposi una casa dove nessun angolo è dato per scontato: i mobili saranno esclusivamente a scomparsa, la televisione (che orrore!)  da celare dietro un pannello a scorrimento – anche questo impercettibile – e gli impianti verranno calcolati al millimetro pur di far penzolare alla perfezione la Flos che ha infilato a forza nella lista di nozze degli sposi. Proliferare di boiserie.

 

Parliamo qui di giovani famiglie riflessive, figli di liberi professionisti post-comunisti, nulla a che vedere con il trend di TikTok delle case trash, alla Gomorra, nelle quali qualsiasi cosa viene contornata da sontuose cornici dorate, anche lo schermo del televisore. La giovane coppia qui presa in esame non ha nulla a che fare con la “sposa” cui si rivolgeva la teleimbonitrice Concetta Mobile, l’Aiazzone di Santa Maria Capua Vetere. Intanto si assiste a un interessante fenomeno antropologico, una specie di sindrome della capanna per cui, in mancanza di spazi e di soldi, la giovane coppia non trova alternativa migliore che piazzarsi nell’appartamento attiguo  a quello dei suoceri. A queste latitudini è tutto un proliferare di baite, si mansarda tutto il mansardabile. Chiunque possegga un solaio mette mano ai lavori. E lì sotto, in quegli spazi sacrificati la giovane coppia deve dare sfoggio, in una chiara misura compensativa, di tutte le lauree conseguite a spese dei genitori – soprattutto se in atenei fuori regione. Niente più tavoli dalle gambe color oro, niente nature morte alle pareti, niente console di Murano, via i tappeti persiani, via le poltrone di velluto, via controsoffittature e faretti.

 

Eppure, una volta terminati i lavori, ora che l’architetto soddisfatto ha aggiornato il suo portfolio con l’ennesima cucina senza pensili, tutte le superfici vuote inizieranno a popolarsi di piccoli oggetti, qualche centrino, un cadeau della zia che è passata per trovare gli sposi, e che non glielo porti un pensiero alla bambina appena nata? Posacenere, campanelline, palle con la neve, ci si mettono anche i suoceri che magari provano a sbolognare la credenza del nonno, ma ci sta così bene nel vostro corridoio! All’inizio la coppia tiene duro, smantella la scenografia di centrini e poggiamestoli ogni sera, come un’instancabile Penelope, per poi riposizionarle in base al parente in visita. Ma poi arriva Natale, irrompono in casa schiaccianoci a grandezza naturale, palline fatte a mano, pigne finte da piazzare a centro tavola. Nessuno chiede più delle Flos, il pannello che nasconde la televisione oramai è sempre aperto, la tv sintonizzata su qualche canale YouTube per ipnotizzare il bebè irrequieto che rischia ogni volta  di imbrattare la boiserie con i suoi pennarelli, mentre il suocero boomer se la ride sotto i baffi. 
 

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