Un Bat per fermare il declino (di internet)
Ripagare l’attenzione degli utenti, premiare i produttori. Con un browser
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26 OCT 18

Non essere più martirizzati da orridi banner che sbocciano all’improvviso, non subire bovinamente gattini e pubblicità e galleries didascalizzate da stagisti sottopagati e dunque analfabeti. Riuscire persino a retribuire i giornali e dunque i giornalisti alfabetizzati, per gli articoli che si leggono online. Sembra il programma di un movimento élitista, tra Calenda e un Odg molto avanzato (lo voteremmo subito). Ma niente paura, è solo un browser.
Creato da un membro dell’aristocrazia siliconvallica, Brendan Eich, già inventore di Java e cofondatore di Mozilla, si chiama Brave e da due anni in America ha sempre più successo. È un concorrente dei vari Chrome e Safari ed è basato naturalmente sulla misteriosa blockchain. Eich sostiene – ma lo si era sempre sospettato – che l’Internet attuale è una forma tribale che un giorno guardando indietro ricorderemo con orrore, come la schiavitù o il latte intero. Tu, utente, devi essere ricompensato per la tua attenzione. Tu, produttore di contenuti, hai una tua dignità, dice il fondatore, che ha stampato una sua propria moneta, si chiama Basic Attention Token (Bat): con la quale si viene ripagati per la pubblicità che si guarda, e ripaga i giornali che si leggono.
Oltre diecimila produttori hanno già applicato il sistema, tra cui primari media come il Washington Post, il Guardian e la Dow Jones (non proprio degli scappati di casa). L’azienda si è quotata con una Ico (initial coin offering, la Ipo delle criptovalute) e ha fatto un sacco di soldi, 37 milioni di dollari, in pochi minuti.
Si è provato ovviamente a investire tutto ciò che si possiede in Bat, in vista del default imminente, ma è molto complicato (il browser è invece semplice e veloce).
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Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).