Civiltà delle macchine

Michele Masneri

C’è sempre così poca fantasia quando fanno un marchio nuovo, specialmente di lusso, specialmente di macchine. Ci saranno stuoli di addetti all’invenzione, per arrivare a nomi palatabili globalmente, per evitare sfondoni classici (come il celebre caso di scuola “Ritmo”, eponimo di una Fiat già avventurosa stilisticamente, e non tanto lussuosa: modello evocativo, si disse, di cicli femminili). Però che noia, oggi: per Toyota la divisione di lusso si chiama Lexus, per Nissan Infiniti (ma dove va l’accento?). Adesso arriva pure Genesis, per Hyundai, e insomma pare sempre che la regola sia: metti molte sibilanti e una “s” finale, a evocare lussi con psicologie da naming di capsule Nespresso.

 

Il logo di questo nuovo marchio (il casato è antico, o lo diverrà presto) è un aquilotto molto simile a quello dell’Aston Martin (saranno contenti alla casa inglese), le linee tese e sportiveggianti sono, come ormai per tutti, quelle di Fiesta dopate, farcite di cromature a significare opulenza. Però per darsi un tono questo nuovo brand di lusso asiatico ha puntato sulla miglior bottega architettonica globale: OMA, Office of Metropolitan Architecture, che naturalmente fa capo a Rem Koolhaas, l’archistar più riflessiva che ci sia. Koolhaas e i suoi hanno disegnato nel quartiere di Gangnam (quello della canzone) di Seoul la concessionaria più chic del pianeta. Con una facciatona di cemento con finitura brutalista “al rustico”, e un corpo centrale in trasparenza che sembra la teca di Richard Meier, e iscrizioni motivazionali (invece che Ara Pacis Augustae c’è scritto “thinking ahead and moving forward”), queste berlinone spuntano tra tramezzi da vedo/non vedo come se fossero operone d’arte – o le macchinone esposte nella milanese fondazione Prada nel torrione appena ultimato, che sembra molto più concessionario di questo qua, peraltro.

 

La rivendita coreana si va a collocare immediatamente nella fascia alta dell’empireo garagistico-architettonico, a fianco di un altro capolavoro, il 111 Lincoln Road di Miami, sublime autosilo multipiano costruito in Florida dall’altro brand siderale del laterizio, Herzog-De Meuron. I due con uso alato del calcestruzzo hanno realizzato un grande multipiano aperto, arioso, vero e proprio monumento all’auto in quella landa di Miami che un tempo era una foresta di mangrovie e poi zona di concessionari Cadillac, oggi striscia di shopping pedonale tipo piazza in Lucina con brand di massa (Apple, Nike, J.Crew) ma anche ciabattari e parecchi negozi sfitti, e italian sounding – caffè Nerone e Segafredo).

 

Summa di modernismo tropicale, il parcheggione per “the ultimate parking experience” vanta sette piani di leggerezza messi lì con attaccato palazzo per uffici a finestrelle rastremate che ricorda la Camera di Commercio di Brescia di Bruno Fedrigolli (qui però si fanno anche cene e banchetti nuziali in un ristorante incorporato e proprio negli spazi del posteggio, imbandito per cerimonie come in un drive through). C’è anche il dettaglio romantico-balneare del lamierino ondulato bianco negli ascensori che alleggerisce il tutto. E, sopra i sette piani di parcheggio, un unico enorme attico.

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