PICCOLO SCHERMO
La “FOMO” di RaiPlay. Raccontare gli adolescenti senza spiegoni sociologici
Social, amori e ChatGPT. Una nuova serie sui giovani e la paura di restare tagliati fuori da ciò che fanno gli altri
22 SET 26

Foto di MChe Lee su Unsplash
Dell’adolescenza – e cioè di quella cosa complicata che andrebbe sempre declinata al plurale, le adolescenze – si parla ormai quasi solo per emergenze e divieti e leggi speciali: risse col morto, reclutamenti nel darkweb, accoltellamenti, scuole col tetto agli stranieri e no-burka, no-smartphone, istinti suicidi, depressioni, paure, fragilità, dipendenze da psicofarmaci, da social. L’adolescente raccontato sempre come testimonial di un disagio, illustrazione vivente di un problema – come il migrante nel cinema italiano. Da qualche giorno su RaiPlay, per disintossicarsi un po’, c’è volendo una piccola docuserie che degli adolescenti prova a raccontare la vita e basta – senza spiegone sociologico intorno. Si intitola “FOMO” – e cioè Fear Of Missing Out, la paura di restare tagliati fuori da ciò che fanno gli altri, se proprio dobbiamo spiegare il titolo ai novecentisti (la parola con la “B” non la useremo, neanche sotto minaccia).
Come si dice in questi casi, “FOMO” è una scommessa: un anno di telecamere addosso a una quinta del liceo Vittoria Colonna – linguistico, centro di Roma, non un liceo di ricchi “predestinati”, né periferia da riscattare. Un anno dentro le lezioni, le feste, i diciottesimi, i cento giorni, entrando anche nelle case, nelle camerette coi poster o le scritte al neon sopra il letto. Dodici episodi, nessun copione, nessun attore, mentre scorre il countdown dell’ultimo anno di scuola. E qui già un piccolo miracolo: perché il diario di una persona sola – quello vecchio di carta col lucchetto, o anche quello su TikTok – dopo un po’ annoia. Ma un diario collettivo, dove le voci si intrecciano, si contraddicono, si tradiscono, comincia a somigliare a un romanzone, con le trame che si annodano da sole e ti risucchiano. Pietro Daviddi e David Gallerano, i due registi della serie (prodotta da Our Films), prendono migliaia di ore di vita non drammatizzata e ne tirano fuori curve che tengono: l’amico che sparisce, l’amore che collassa in una notte, la caduta, la risalita. I ragazzi si mandano vocali che sono podcast, piangono e ridono per lo più davanti a uno schermo, fanno i dissing come i rapper e i trapper, dicono “chiediamo al mio migliore amico ChatGPT” per risolvere qualche dubbio. A me che li guardo dal Novecento sembrano dei cuccioli di alieni: cosa avremo mai da dirci, io e questi qui nati dopo il quarto album di Tiziano Ferro e la crisi dei mutui subprime? Poi però la serie fa anche una cosa che non mi aspettavo. Lasciando da parte che alla mia età, davanti a un teen movie o un coming of age ci si identifica solo con le ansie dei genitori, “FOMO” mi ha invece rassicurato. Perché al culmine di tutte quelle cose che non c’erano quando a scuola andavo io – la smartphone society, le emoticon, le dirette social, l’iperconnessione, l’horror vacui da scrolling – c’è anche l’adolescenza di sempre, quella del “Tempo delle mele”, film che ormai rivedo identificandomi solo coi genitori o la nonna di Sophie Marceau, ma ritrovandoci, come in “FOMO”, le stesse cose di ogni adolescenza: le stesse identiche montagne russe, l’euforia e il crollo in mezzo pomeriggio, la fiammata amorosa non corrisposta, la tragedia cosmica del vestito sbagliato. E’ dunque un “Tempo delle mele” non-fiction, calato nel microcosmo del liceo romano – avamposto sempre molto “significativo”, col rappresentante d’istituto già un po’ insopportabile, come tutta la categoria, e con quella retorica assembleare che userà nei prossimi anni per scalare la segreteria del Pd (la politica, si sa, è la prosecuzione dei licei romani con altri mezzi). Insomma: si ride, si piange, ci si commuove, “succedono cose”.
Le chat, i vocali, le stories, tutto il materiale che i ragazzi si girano e si scrivono da soli diventa racconto collettivo e si mescola ai confessionali a casa – un impasto di fiction, reality, talent, inchiesta: c’è “Il collegio” ma anche “Baby”, “Skam Italia” e un po’ di “Euphoria”. Viene in mente, soprattutto, “Boyhood”, il gran film di Linklater di qualche anno fa: anche là era il tempo a fare la sceneggiatura, la crescita, gli attori che invecchiavano davvero sotto i nostri occhi. “FOMO” è un “Boyhood” schiacciato in un solo anno e moltiplicato per una classe intera. Gli adulti non si vedono quasi mai. I professori restano sullo sfondo, comparse necessarie; i genitori entrano poco, per lo più in forma di notifiche sul telefono. Non siamo in quel film italiano con Silvio Orlando preside, Claudio Bisio bidello, Anna Foglietta insegnante e la solita fila di ragazzini bravissimi a fare i ragazzini, ma già in overacting – e qui anche una piccola vendetta di RaiPlay, come già con “Mare Fuori”, cose sintonizzate sul “teen universe” meglio del cinema italiano. I ragazzi di “FOMO” invece non recitano e insieme recitano sempre. Come chiunque sia cresciuto dentro i reality e i social: sanno di stare davanti a una telecamera e nello stesso istante se ne dimenticano, perché con lo schermo in mano ci sono nati. E’ lì il trucco, quello che pochi copioni sanno scrivere.