Tante serie ben girate, ma senza originalità. Chi ha vinto gli Emmy

I giurati premiano sempre le stesse serie, come se non avessero tempo o voglia di guardare le (troppe) novità. L’impressione di un eterno ritorno

15 SET 26
Ultimo aggiornamento: 17:02
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Foto ANSA

Più degli Oscar, i premi Emmy per la televisione danno l’impressione di un eterno ritorno: i giurati premiano sempre le stesse serie, come se non avessero tempo o voglia di guardare le (troppe) novità. “Hacks” – showrunner Lucia Aniello, Paul W. Downs, Jen Statsky – è arrivata nel 2026 alla sua quinta stagione collezionando premi. L’attrice Jean Smart ha fatto l’en plein, vincendo cinque Emmy consecutivi. La comprimaria Hannah Einbinder ne ha vinto uno, e ha fatto il suo trionfale ingresso nel cinema grazie al ruolo di Kris Williams nel film “Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte” diretto dalla regista Jane Shoenbrun. Parodia dell’horror, rivisitazione del medesimo in chiave femminista e queer: il film più interessante visto a Cannes 2026.
Eterno ritorno o magari fissazione: l’anno scorso “The Studio” con Seth Rogen – attore, sceneggiatore e regista – di Emmy ne ha vinti 13, su 23 nomination. Sembrava non esistessero altre serie comiche degne di nota. Sul versante drammatico si stava affacciando “The Pitt”, la serie ospedaliera con Noah Wyle protagonista (dopo un lungo apprendistato, già ebbe un ruolo in “E. R. Medici in prima linea”, quando George Clooney girava con lo stetoscopio). Un altro Emmy ha premiato “Adolescence”, miniserie di Jack Thorne e Stephen Graham, diretta da Philiph Barantini: raro esempio di serie “limited” – come dicono negli Stati Uniti – che rimane fieramente tale.
“The Pitt” è stata premiata anche quest’anno. Tra barelle e sala operatoria, medici e infermieri sopraffatti dalla fatica. In tempo quasi reale – ogni stagione è lunga quanto un turno lavorativo di 15 ore. Ha vinto 6 Emmy. Altrettanti ne ha vinti una delle nostre nuove serie preferite: una stagione sola, tanti misteri, non si sa se e quando verranno svelati. Parliamo di “Pluribus”, showrunner Vince Gilligan, protagonista Rhea Seehorn che si ritrova sola al mondo. Il mondo non è sparito, ma si è rincretinito. Felicemente, dobbiamo intendere, visto che i già-mutati raccomandano non-mutati (non arrivano a dieci nel mondo) le gioie della nuova condizione.
Rullo di tamburi, per accogliere il super-vincitore. Son rari gli attori che lo stesso anno portano a casa due Emmy (la solita statuetta di dubbio gusto che poi a casa non sapranno dove mettere: un angelo che regge un globo). nel 2026 c’è riuscito Matthew Rhys. Un Emmy da attore protagonista per “The Beast in Me” e un altro Emmy – sempre da attore protagonista – per “Widow’s Bay”.
“The Beast in Me” è una miniserie ideata da Gabe Rotter e diretta da Antonio Campos, accanto a Matthew Rhys c’è Claire Danes (mai dimenticata Giulietta con Romeo-Leonardo DiCaprio nel meraviglioso film “Romeo+Giulietta” diretto da Baz Lurhmann). Gli anni sono passati, Claire Danes ora è una scrittrice in crisi. Tanto in crisi che decide di dedicare un libro al suo ricco vicino, immobiliarista d’alta gamma molto chiacchierato: si dice abbia ucciso la consorte, sparita senza lasciare traccia. Lui è antipatico e supponente. Lei è appena stata lasciata dalla compagna lesbica, con il pretesto del libro si lascia affascinare.
“The Widow’s Bay” ha vinto 14 statuette, aveva 19 nomination. Matthew Rhys è un sindaco ottimista e visionario, vuole trasformare l’isoletta di Widows Bay – immaginaria, collocata a 40 km dalle coste del New England – in un paradiso per turisti. Gli abitanti del luogo sono contrari, pensano che il luogo sia maledetto, e che i turisti portino sciagura, scatenando le forze del male. Il tono è grottesco. Forse i premi si concentrano perché il resto del panorama è calma piatta. Serie magari ben girate, ma senza un briciolo di originalità.