Se fosse un Ranucci qualsiasi di Retequattro, se questa fosse una pagina di Rep

Basterebbe spostare Sigfrido Ranucci dall’area politica e culturale che lo protegge per trasformare le sue parole su Giulia Presutti in un caso di sessismo e paternalismo. A cambiare, a seconda della casella occupata, non sono le parole ma il metro con cui vengono giudicate
2 SET 26
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(Foto La Presse)

Piccolo esperimento mentale. Prendete Sigfrido Ranucci e, con un colpo di bacchetta, spostatelo di casella: non più l’eroe della “società civile”, l’icona dell’indignazione, il totem della vecchia RaiTre di denuncia, ma un Ranucci qualsiasi. Magari retequattrista, magari alfiere di TeleMeloni, il Pino Insegno delle inchieste, fate voi. Lasciate tutto il resto identico: stesso atteggiamento, tracotanza, incandescenza perché i nomi dei successori non gli vanno giù, e soprattutto le stesse, identiche parole che il vero Ranucci ha rivolto a Giulia Presutti – trentasei anni, colpevole di essere in corsa per il suo posto. Bene. Ora godetevi l’editoriale che avremmo letto oggi su Repubblica: “Ci sono frasi che ritraggono un uomo meglio di qualunque inchiesta. Quelle che Sigfrido Ranucci ha dedicato a Giulia Presutti sono un compendio quasi da manuale di tutto ciò che rappresenta questo governo e che da sempre caratterizza la cultura della destra italiana: l’arroganza maschile eretta a sistema, il disprezzo per il merito altrui quando non porta la propria firma, il paternalismo che chiama ‘protezione’ ciò che nel patriarcato si chiama ‘controllo’. Il coraggio e la tenuta psicologica non sono le sue migliori qualità, dice Ranucci parlando di Giulia Presutti. E ancora: se la cava meglio con opportunismo e furbizia. Poi il verdetto: affidarle Report sarebbe una scelta mediocre. Smontiamole, queste parole, una per una, perché ognuna si porta dietro la sua piccola eredità di secoli di oppressione maschile.
Tenuta psicologica. E’ la formula più antica del maschilismo occidentale, quella con cui – da Charcot in poi – il potere maschile ha sempre riconsegnato la donna scomoda al reparto delle isteriche. E’ il cliché della donna che ‘non regge’, che Ranucci maschera da arrogante valutazione professionale. Ed è una parola che tutte noi, prima o poi, ci siamo sentite dire. Da un padre premuroso, da un professore comprensivo, da un capo che ‘ci voleva bene’. Opportunismo e furbizia. Traduzione dal patriarcato all’italiano: una donna ambiziosa – perché quando a volere il programma più importante della televisione è un uomo, si chiama visione, determinazione, tenacia; quando lo vuole una donna, diventa arrivismo, calcolo, trama. 
La questione, capirete, è filosofica prima ancora che sindacale: è l’ingiustizia più antica del mondo: fare della fragilità una colpa e dell’ambizione un vizio – ma solo per metà del genere umano. Come ha ricordato Michela Marzano nel suo intervento di ieri, non esiste dignità dove a una persona si chiede, ogni mattina, di dimostrare di meritare il posto che un uomo occuperebbe senza che nessuno gli chieda niente (sto citando a memoria, ma il senso era questo). E poi il capolavoro, la ciliegia sulla torta del dominio: il giudizio preventivo. Ranucci la dichiara inadatta prima ancora che possa provarci. E’ il mansplaining nella sua forma più pura e insopportabile: lascia stare, cara, non fa per te, credimi, lo dico per il tuo bene. Come ci ha insegnato Michela Murgia, il patriarcato non abita nei mostri, non ha le corna e il forcone: abita nelle parole che usiamo senza pensarci. Perché qui è di potere che stiamo parlando. Di un uomo affermato che umilia una collega di trent’anni più giovane. E’ l’asimmetria fatta linguaggio. Non è ‘una lite in redazione’. Non è una faida tra correnti. E’ un modello di mondo. E’ quel patriarcato mediterraneo, paterno e rabbioso, che oggi ha trovato i suoi cantori ufficiali – da Vannacci in giù – e che immagina ancora la donna come una creatura da proteggere finché se ne sta buona al suo posto. Ranucci ne è l’illustrazione perfetta. Pensiamo alle ragazze che leggono. Che imparano, a diciott’anni, che si può studiare, faticare, meritare, arrivare fin lì – e che poi bastano quattro parole di un uomo importante per essere ricacciate al posto di sempre. Non lo credevamo più possibile, invece eccole di nuovo qui, quelle parole. Salgono su dalla notte dei tempi, dai cortili, dalle cucine, dalle aule in cui a noi bambine si diceva di” eccetera, eccetera, eccetera.