Paolo Bonolis, l’ultimo uomo analogico. Una chiacchierata

Da Villa Flaminia agli studi Rai e Mediaset. Ora dice “faccio largo ai giovani”, a cui però vuole togliere il telefono. Le letture sulla controcultura, gli incontri, l’agnosticismo e la politica

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Paolo Bonolis (foto Stefania D’Alessandro/Getty Images)

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio”. E’ la frase di Màrquez tratta da “Cent’anni di solitudine” che leggo sul muro appena entrata nel suo studio e che lui declama a memoria in uno spagnolo perfetto a velocità da scioglilingua. Il suo ghiaccio? I tanti viaggi che lo hanno portato nel mondo di cui l’homo analogicus conserva foto appese ai muri che non scatta mai col telefono “Io le foto ce le ho tutte qua” (mentre si batte la testa), infatti non ha uno smartphone ma il vecchio Nokia e i ricordi preferisce memorizzarli.
Paolo Bonolis è Roma allo stato puro e anche un po’ Milano: per la sua immensa fede interista testimoniata dall’anello che indossa – assieme a molti braccialetti – e mi mostra orgoglioso e un po’ bambino “E’ quello del triplete del 2010 un regalo di Zanetti” una specie di sigillo papale; e per via di suo padre che a Milano ci era nato prima di diventare un vero romano e persino un po’ “burino” – nel vero senso della parola è colui che vende il burro – e parlare un romanesco perfetto e allo stesso tempo una lingua meneghina alla Dario Fo che esibiva talvolta nelle telefonate.
I suoi programmi considerati trash: “Sono trash perché ci sono le ballerine svestite? Ci sono dai tempi di Macario e dall’avanspettacolo. O per l’ironia delle casalinghe che fanno il défilé? ‘Ciao Darwin’ nasce dalla volontà di fotografare in maniera ironica l’antinomia che si crea tra noi”
La famiglia nasce nella Roma papale: “Papà e mamma, salernitana, si conoscono sotto il colonnato del Bernini rifugiati durante i bombardamenti della seconda guerra”. “La più grande fortuna della mia vita. Sono cresciuto bene, ci siamo divertiti tanto, ci siamo presi in giro nella difficoltà che abbiamo affrontato spesso strafottendola e questo mi è rimasto”. Come fanno spesso i romani dice, che in una “qualsivoglia” – aggettivo affatto bonolisiano – situazione “provino a migliorarla e nel momento in cui non ci riescono mettono in pratica il principio dello sti cazzi necessario a non cadere in disperazione”. A casa non regnava l’abbondanza “Ma non stavamo male”. Il papà caricava il burro ai mercati generali e lo distribuiva, mamma segretaria in una ditta di costruzioni. “Non è che devi navigare nell’oro per essere contento, se sei allegro dentro a quel punto quello che hai è più̀ che sufficiente alla tua gioia” e la famiglia trova la sua viaggiando appena può. I genitori ripongono speranze in lui, lo iscrivono a Villa Flaminia “Una scuola di famiglie molto abbienti, persone adorabili, alcuni figli di capitani d’industria, altri come me di famiglie più elementari ma non ho mai ravvisato arroganza per la presunzione dell’avere di più”. Così in quella scuola di preti e facoltosi negli anni di piombo il giovane Paolo ci resta tredici anni scoprendo che alcuni compagni avevano l’autista (che poi è l’unico vezzo da divo che oggi si concede) e anche il libro che gli cambia la prospettiva “La nascita di una controcultura” di Theodore Roszak”. Erano anni di contestazioni e impegno eppure non è mai sceso in piazza, come mai? “Perché quel libro mi ha fatto comprendere quanto la vita si potesse leggere attraverso la coscienza non attraverso la lotta. Ero più vicino al Peace and Love e al let the sunshine in che alla lotta tra fascisti e comunisti, ideologie che poi si sono trasformate in aziende che producono fatturati politici.” E’ disilluso Bonolis, ha poca fiducia nelle istituzioni, molto rispetto e qualche sospetto “il nostro è un piccolo paese che non può comandare come vorrebbe, ha una forza insufficiente in un mercato mondiale avido. E’ un tassello di un puzzle altrui. Ci barcameniamo da sempre alleandoci talvolta con taluni talvolta con talaltri”. Oggi che la controcultura è lontana, per cosa bisognerebbe scendere in piazza? “Per permettere alle nuove generazioni di poter crescere senza essere vampirizzati dalla tecnologia, quella roba che li riempie di illusioni e di bisogni inesitenti” dice l’homo analogiucs “Lo stanno facendo alcuni come la Francia che ha vietato i social ai minori di 15 anni. Io vieterei proprio il telefono”. Appunto, parliamo del ruolo dell’artista nel dibattito pubblico. “Uno deve esprimersi se ha qualcosa in cui crede fermamente altrimenti fa bene a tacere che è un gesto di profonda intelligenza in alcuni casi e sottrarsi allo straziante e infinito dibattito su tutto”. Come quella volta in cui un giornalista di Avvenire gli chiese cosa ne pensasse del fatto che al Gay Pride la gente girasse male abbigliata per Roma nell’Anno Santo e lui rispose: non è che un Cardinale è vestito normale! I paramenti sacri non gli garbano insomma? “Che so’ sacri lo dicono loro, so’ vestiti e loro ce se vestono... E’ tutta un’enorme rappresentazione”. La scuola cattolica romana non lo ha avvicinato al Cattolicesimo si direbbe: “Sono agnostico, non lo so, non vedo questa importanza”. Non prega ma saluta le persone che ha incontrato nella vita, ci parla un po’̀”. E sull’adozione ai gay si dice favorevole “perché due genitori uomini o donne no e sette suore sì?” Passiamo ad alcuni dei suoi programmi considerati trash: “Sono trash perché ci sono le ballerine svestite? Ci sono dai tempi di Macario e dall’avanspettacolo. O per l’ironia delle casalinghe che fanno il défilé?”. Mentre parla penso alle sellerone, alle madri natura, alle bonas, tutte creature entrate nell’iconografia televisiva di un certo stile: il suo. “Ciao Darwin, è la volontà di fotografare in maniera ironica l’antinomia che si crea tra noi”. La sua sensazione è che questo scontro sia un risultato di manovre di potere e cita Mark Twain che diceva che siamo come formiche nere e rosse in un barattolo, convivono pacificamente finché qualcuno non agita il barattolo e allora iniziano ad ammazzarsi. “Parafrasando sulla società̀ civile, ci dobbiamo domandare chi ha scosso il barattolo? Se non crei un contrasto non puoi giustificare un potere. Una macchinazione, da sempre”. Ma allora cos’è trash? “Per me l’incredibile serie di arroganti argomentazioni sul delitto di Garlasco e similari. E poi l’ipocrisia nell’informazione, nella politica, nella cultura e magari anche un po’ in quello che faccio io”. Ma le famose “idee” nella tv del consumo, a cosa servono, dove vanno a finire? “L’idea stessa è commerciale, siamo tutti su uno scaffale, tutti in vendita. Forse la tv del futuro, sempre più frammentata cercherà di raccontare ciò che è fuori per chi ha paura di uscire”. Poi scuotendo un po’ il capo sfodera un sorriso proprio alla Bonolis e si fa nichilista: “Questo è un breve lasso di tempo in cui ci agitiamo come forsennati e poi diventiamo terra per i ceci”. Sentendolo mi viene in mente quel programma che faceva “Il senso della vita” che gli propongo di ribattezzare “Il nonsense della vita”: “Se fossero in grado di capirlo lo farei ma se cerchi di destrutturare l’illusione sei un nemico del mercato, viviamo tutti attaccati al palloncino dell’illusione. L’importante è esserne consapevoli”. Lui la vita forte l’ha sentita una mattina all’alba in un parco nazionale del nord America quando ha visto la fioritura dei licheni. “Ora ci sarà̀ un parcheggio o un Mc Donald”. Della vita gli piace lo scorrere del tempo, la morte non lo spaventa, la malattia sì, la farebbe finita prima nel caso “Sono favorevole all’eutanasia e contrario all’accanimento della stregoneria farmacologica. Nessuno può arrogarsi il diritto di decidere del destino della vita altrui. Se Dio, fonte d’amore, esistesse realmente credo la penserebbe cosi”. Tra le domande e le sue risposte non passa un secondo, del resto è noto favellatore e campione di abili e ciniche stoccate. Come quando Giorgio Gori, ai tempi direttore delle tre reti Fininvest, gli disse che era meglio provare col teatro “Perché in quel momento non aveva nulla che facesse al caso mio” e lui appena trovò lavoro in Rai “ancora ragazzetto” nei Cervelloni, gli manda una cartolina: “Teatro trovato: Delle Vittorie. Roma”. “Mi piace scherzare”. A una signora che obbiettò che passasse con troppa facilità da Mediaset a Rai e ritorno, fulminio rispose “Ma mica passo da casa sua!”. A proposito, la Rai si è più fatta sentire? “Si fa sentire spesso la Rai. Ma io adesso sto bene dove sto... poi potrebbe anche succedere di nuovo...”. Un bel Sanremo? “No, basta... Adesso lo fa Stefano (De Martino) che è molto bravo e verrà bene. Ho 65 anni, largo ai giovani io ho le cosette mie”. E perché le chiama cosette ? “Beh perché rispetto a Sanremo...” ma lui il Festival lo segue molto meno di un tempo, è cambiata la musica e lui si riconosce poco in quella contemporanea. Gli piacciono altre cose però come abbracciare gli anziani, la loro fragilità “è la stessa del bambino che la risolve con lo stupore, l’anziano invece rischia di vederla afflitta dalla malinconia”. E poi gli piace leggere, Alessandro Baricco, Arthur Schnitzler, Marco Lodoli pure lui divenuto “murales” in una frase alquanto disillusa che mi invita a leggere “La vita non è un posto adatto agli esseri umani.
Ma le famose “idee” nella tv del consumo, a cosa servono, dove vanno a finire? “L’idea stessa è commerciale, siamo tutti su uno scaffale, tutti in vendita. Forse la televisione del futuro, sempre più frammentata cercherà di raccontare ciò che è fuori per chi ha paura di uscire”
Viviamo sognando altro e altro non c’è. E allora facciamo il nostro spettacolino poi un inchino e ciao” e dei piccoli libri color pastello di Mattioli 1885 che mi mostra entusiasta.
Ha avuto grandi incontri con miti personali: il più noto con Freddie Mercury che lo corteggia una sera a cena e gli invia i biglietti per Wembley; e poi Sordi che gli chiese come prima cosa se era vero che ai concorrenti di Tira e Molla dessero “tutti quei cazzo de premi”...In effetti si è sempre detto di Albertone che fosse attento ai soldi anzi proprio tirchio e così mi faccio coraggio e gli dico che pure di lui si dice, da dove nascerà la vulgata? Lui lo sa e me lo racconta “Credo durante una puntata del Maurizio Costanzo Show dove andai con Laura Freddi allora mia fidanzata” che mostrò l’anellino di fidanzamento forse un po’ modesto. “Ma che me frega. Dicevano pure che Mia Martini portava sfiga, è la miseria”. Ma a parte i famosi, qual è l’essere umano più incredibile che ha incontrato? Qui si ferma e impiega alcuni secondi a rispondere. Fa un respiro forte, gli occhi si fermano e d’un tratto vedo Bonolis diventare Paolo: “Credo mia figlia. Mia figlia Silvia. Mi esalta”. Si è fatto tardi, abbiamo parlato per ore e io ho un treno da prendere; mi offre gentilmente di essere accompagnata in stazione da Mauro, la persona che lo scarrozza in giro da vent’anni. In ritardo e con 39 gradi esterni, accetto. Mauro mi parla del matrimonio da favola di sua figlia tenutosi pochi giorni prima in un castello da cui Paolo, dice, era stato esonerato. “Se l’immagina povero Paolo a frasi fotografare da tutto il matrimonio? E invece mi ha commosso ed è arrivato”. Mi mostra la foto: Bonolis con la cravatta slacciata e il suo sguardo guascone abbraccia Mauro e altri amici. Gli occhi ridanciani dicono che è tutta un’illusione ma almeno quelli al suo fianco sembrano felici. “A Paolo piace de fa’ sta bene gli altri” mi dice Mauro. “Mi dispiace solo che per venire abbia dovuto guidare lui”.