Coraggio, Benigni: per portare san Francesco in tv non cedere al santino ecologista e pauperista

L'artista ha un talento sconfinato. Può fare qualsiasi cosa. A sentire dei nuovi palinsesti Rai, ora si orienta su san Francesco. Sarebbe magnifico se stavolta il genio comico del cabarettista non si facesse irretire dal convenzionalismo modernista e popolareggiante in senso piuttosto livellato

Immagine di Coraggio, Benigni: per portare san Francesco in tv non cedere al santino ecologista e pauperista

Roberto Benigni - foto Ansa

Benigni ha un talento sconfinato. Può fare qualsiasi cosa. È stato molto amato quando era un bozzettista di genio, malinconico toscanaccio con il mito vivacissimo della topa e tutto il resto molto ben fuori posto. Fu amato (non qui e non dovunque, ma ebbe tre Oscar trionfali) quando si provò a misurarsi con Auschwitz e cercò la risata chapliniana, bonaria, puerile, ruffiana, sulla tragedia più grande della storia. Ritornò grandissimo per tutti con Dante, interpretazione discutibile ma esecuzione perfetta. Mandò in deliquio folle conformiste con la Costituzione e l'Europa, due sferiche manifestazioni di armonia politica piaciona, due palle di grande e scontato rigore repubblicano. Superò il difficile esame di Palermo e della Sicilia mafiosa, con il sublime contributo di Paolo Bonacelli in "Johnny Stecchino". Ha avuto il suo superflop, con Collodi, che è una bestia difficile e un'allegoria complicata per i magheggi perbene, avrebbe richiesto perfidia e fantasia non comuni, una punta di cattiveria ironica che a Benigni mancò.
Ora, a sentire dei nuovi palinsesti Rai, ci riprova con san Francesco. Matto di Dio e alter Christus, il poverello è un po' come Pinocchio, e sarebbe magnifico se stavolta il genio comico di Benigni non si facesse irretire dal convenzionalismo modernista e popolareggiante in senso piuttosto livellato. Non che debba fare niente di snob, per carità, o di irriverente, anatema, ma se il suo talentaccio deve affrontare la scrittura, il profilo, le caratteristiche meno ovvie del santo così in voga da aver dato per la prima volta il nome a un Papa senza numero dinastico, e gesuita non per caso, e da essere richiamato iconograficamente come tessitore di pace indefesso, come amico mistico della sofferenza, come impersonatore di tutte le povertà, come interlocutore del Sultano per sopperire ai guasti di una crociata per la riconquista di Gerusalemme, come cantore della letizia di vivere e morire nella natura, a fianco di animali ammansiti, con un senso profondamente religioso del creato, se deve conquistarsi insomma il suo Francesco, si può sperare che Benigni non ceda al santino.
Si può sperare che non ceda alla ridondanza dei significati posticci che onorano ansiosamente il Francesco che è in noi, la sua leggenda di padre dell'ecologismo del pacifismo e del pauperismo, per dimenticare quello che è in lui, la spiritualità antiapocalittica, la venerazione dell'autorità gerarchica della Chiesa di Innocenzo III, il riformatore che sperava nella Reconquista e fu perfino all'origine dell'Inquisizione medievale, e con la stessa mano apostolica si rese responsabile dello sterminio dei Catari e dell'autorizzazione della Regola del Poverello di Assisi.
Benigni si dedica con il suo progetto a una grande leggenda fatta di umili verità, di travisamenti ideologici, di esemplarità indiscutibili, di infinite bellezze religiose e letterarie, di controversie ed equivoci. Gli si chiederebbe l'applicazione del talento caricaturale, della libertà culturale che non si rassegna alle ovvietà, e si vorrebbe che spremesse dalla sua lettura del Patrono d'Italia e profeta della ricostruzione della Chiesa povera una vera immagine universale, come Francesco infinitamente la merita, di estro mattoide, di sacra rappresentazione mistica e di scollamento da tutte le didascalie del banale. Speriamo.