Quel lutto da fine stagione per i personaggi amati e odiati

Quando finisce una serie tv siamo dispiaciuti perché non vedremo più quei protagonisti per i quali, pur sapendo che sono usciti dalla fantasia di uno o più showrunner, provavamo qualcosa

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Foto LaPresse

Ogni volta un addio. Ogni volta amori che finiscono. Non quelli tra i personaggi delle serie. Quelli che noi proviamo per loro. Pur sapendo che sono usciti dalla fantasia di uno o più showrunner: computer e stampante, poi il più è fatto. Magari uno storyboard, come faceva Alfred Hitchcock – così dettagliati che (secondo lui) chiunque li avrebbe potuti girare. Professionisti che conoscono tutti i trucchi per tenerci attaccati allo schermo, e li mettono in atto senza pietà. Per fortuna, potremmo dire: non sono più fastidiose le serie che un finale non ce l’hanno, e fino all’ultimo fingono? Domandona: come superare il lutto e passare ad altro?
I francesi, che hanno un gusto per la saggistica di cui finora non sentivamo il bisogno, hanno affidato la delicata situazione a uno psicoanalista. Il dottor Emile Guibert, che ha appena pubblicato il libro “Tout est une question de caractère” (edizioni Favre). Dove “caractère” va inteso come “personaggio”, e spiega così il malessere dello spettatore: “Non perdiamo soltanto una trama. Perdiamo un mondo, personaggi familiari, spesso un appuntamento settimanale” – vale per le serie diffuse alla vecchia maniera, che sta tornando. Il binge watching non regala i piaceri che promette, è solo ingordigia.
La difficoltà di staccarsi da una serie che abbiamo amato significa che la fiction ha svolto il suo compito: ha coinvolto la nostra sensibilità e il nostro immaginario. Prosegue il dottor Guibert: “Certi personaggi ricordano un’epoca. Ci fanno ridere, piangere, a volte le due cose insieme. Con qualche personaggio ci identifichiamo. Su altri, più lontani da noi, proiettiamo le nostre paure e i nostri desideri. Ecco perché quando finiscono siamo dispiaciuti: si chiude uno spazio dove potevamo, in sicurezza, sperimentare altre versioni di noi”. Continua lo psicologo delle serie (e delle narrazioni tutte, lo stupore è che non se ne sia accorto): “Vale anche per i personaggi che detestiamo. E lo facciamo con grande piacere”. Diceva un lancio della vecchia Hollywood: “L’uomo che amerete odiare” – sapevano già tutto, e neanche si davano tante arie. Sapevano che la fiction era necessaria, che i cattivi la rendono più saporita e fanno battere il cuore.
Seguono le testimonianze, delle lettrici perché l’articolo era pubblicato su Elle, edizione francese. Julie, appassionata della serie carceraria “Orange is the New Black”, guardava l’episodio e il giorno dopo lo commentava con le colleghe. Era uno dei primi titoli a far questo effetto. Ora che la visione è spezzettata, dato l’enorme numero di serie che abbiamo a disposizione, il gusto un po’ si perde. Resta il dolore del lutto. Ognuno ha la sua cura: chi un nuovo amore, chi un periodo di riflessione.