Allora se vendemo pure il Colosseo? No che non ce lo vendiamo, soprattutto adesso che con la nuova pavimentazione esterna by Stefano Boeri è più bello che pria, e promette di attirare ancora più turisti paganti. Un asset pubblico mica male. Pertanto quando Fiorello si produce in una battuta facile, paragonandolo al Teatro delle Vittorie, “è una struttura obsoleta? Allora vediamo anche il Colosseo!”, strappa l’applauso del popolino, o di Flavio Insinna, ma sbaglia il bersaglio. Il concetto. I monumenti di pubblica proprietà, siano il Colosseo siano un teatro di posa e studio televisivo della Rai, vanno mantenuti pubblici e tutelati, ma solo fintantoché siano economicamente sostenibili e utilizzati per scopi non residuali (difficile considerare “Affari tuoi” un modello produttivo innovativo). Altrimenti meglio valorizzarli, come dicono gli immobiliaristi. A patto di investire l’incasso per potenziare gli altri asset aziendali, per creare una nuova storia. Se invece si vendono i palazzi di famiglia per arginare le voragini di bilancio o per pagare lo stipendio ai Paolo Petracca, la cosa funziona molto meno bene. Ma ci arriviamo poi.
Prima si vorrebbe esprimere un poco di rassegnata malinconia per un paese di vecchi in cui ogni accenno di novità, di restyling industriale, persino un cambiamento d’uso vengono percepiti come un attentato alla memoria (la memoria nazionale soffre di Alzheimer collettivo, non le toccate i punti di riferimento). Quindi niente biglietto per Fontana di Trevi, niente ponte sullo Stretto, niente stadio nuovo a Milano. E invece i cartelli con scritto “questo teatro non si dovrebbe vendere!”. (Crippa segue nell’inserto IV)
I cartelli che Fiorello ha appesi al Teatro delle Vittorie, proprietà della Rai: “Io lo chiamo un crimine contro la storia dello spettacolo italiano, per quello che si è vissuto là dentro, il vero varietà: Raffaella Carrà, Baudo, Mina, tutti i big dello spettacolo italiano”. Dunque non si potrà costruire un teatro televisivo più funzionale, meno costoso in manutenzione, adatto ai tempi nuovi? Forse che il Colosseo è usato ancora per gli spettacoli del circo? Il comitato Salviamo il TdV è già attivato. The times they are a-changin’, cantava quello, ma la coazione a ripetere della mente italiana, per cui nulla di ciò che ha avuto un valore in passato può essere ridiscusso, spostato, venduto è una malattia grave. Ovviamente l’appello di Fiorello, lisciando il pelo all’italiano medio e prima ancora al dipendente Rai, ha raccolto un facile successo. E non gli si opporrà qui un nuovismo a tutti i costi (l’altro male italiano, speculare all’immobilismo). Ma per quale motivo vendere un teatro per quanto glorioso, e investire in una nuova struttura (almeno è quel che scrive la Rai nei suoi piani) dovrebbe essere una catastrofe?
Poi c’è l’altro aspetto, il dietro le quinte del Teatro delle Vittorie. Che però, con drammaturgia brechtiana, dovrebbe invece essere squadernato davanti agli occhi di tutti. Ciò di cui si dovrebbe parlare, altro che del varietà: come l’azienda pubblica – tasche degli italiani – intende utilizzare i danari della valorizzazione. E qui arrivano i guai. O le opportunità, ad esempio il caso Milano. Dopo decenni di tira e molla e pasticci, qualche mese fa la Rai ha posto la prima pietra per il suo nuovo centro di produzione ultramoderno di Milano. Che sarà in parte finanziato dalla vendita dello storico palazzo di Corso Sempione, gioiello di Gio Ponti, e dal risparmio delle sedi oggi in affitto. Svendita di un luogo torico o visione aziendale intelligente? Ma non tutto è oro, anzi quasi nulla, alla Rai. Il Teatro delle Vittorie è stato messo sul mercato dal 2022. Informa Repubblica che l’advisor per la Rai, Kpmg, ha in portafoglio progetti di valorizzazione, oltre a Milano e Roma, anche a Firenze, Torino, Genova, Venezia, Cagliari. Un valore di 230 milioni, quasi la metà gentilmente offerti da Gio Ponti. Tra le altre cose di gran pregio Palazzo Labia sul Canal Grande a Venezia e il Palazzo della Radio di Torino, gemma degli anni Trenta. La denuncia “si svende la storia e la cultura” è pronta. Ma la vera domanda, che i vertici opachi della Rai tendono a mantenere occulta e il movimentismo di Fiorello non aiuta a svelare, è che cosa ne sarà dei fondi recuperati. La Rai, per quanto in miglioramento, è un’azienda indebitata – i 530 milioni i indebitamento nel 2024 sono più del doppio del ricavo previsto dalle dismissioni immobiliari. Significa che la vendita della storia, per dirla con Fiorello, andrà a tappare i buchi. A pagare i 13 mila dipendenti (in Italia Mediaset nel ha 5.000; la Bbc in Gran Bretagna 21 mila, ma ha annunciato un taglio di 2.000). La gestione Rai attuale, la mai pervenuta TeleMeloni nemmeno sotto il profilo del piano industriale, cede quote di mercato persino con Sanremo, si aggrappa alla “Pennicanza” e ai “Fatti vostri”, alle fiction poliziesco-regionali. La mancata partecipazione della Nazionale ai Mondiali sarà un’altra minusvalenza. Vendere il Teatro delle Vittorie ha senso a fronte di progetti innovativi. Per saldare i creditori di una visione assente non ha senso: economico, politico, culturale.