L’antidoto al paese reale

C’è un comico che prende in giro complottisti, qualunquisti e talk-show. E fa bene al cuore. Ferrario a ruota libera
6 NOV 20
Ultimo aggiornamento: 19:12
Immagine di L’antidoto al paese reale

Edoardo Ferrario &egrave; nato a Roma nel 1987. E&rsquo; autore e protagonista di &ldquo;Paese reale&rdquo; su Rai Play (foto Ansa) &nbsp;<br />

Il lavoro del comico è un lavoro serio, e un comico lo sa, anche se poi riesce a farti ridere. Un comico studia, osserva, rimugina. “E però insomma in questo momento io non so se riesco a stare dietro al paese reale”. La frase arriva così, dopo mezz’ora di conversazione con Edoardo Ferrario, comico trentatreenne che ha già alle spalle vari successi (tra cui la web serie “Esami” e tre anni di presenza in tv a “Quelli che il calcio”). Paese reale, cioè “quell’espressione abusata”, dice Ferrario, che dà il nome al suo “one man show” su Ray Play, ché “Paese reale” è un talk in cui Ferrario è mattatore, autore, coautore e protagonista, ma in senso multifaccia: impersona un conduttore spregiudicato che chiama in scena, manovrandoli come marionette, ospiti-caratteri-maschere impersonati sempre da lui.
Magari ora si potesse pensare al “paese reale” soltanto come canovaccio per nuovi personaggi, sospira il comico, ripensando a quando, dice, “guardi un talk e c’è un ospite che dice cose sensate, magari anche progressiste e non settarie, ma il conduttore subito chiama in causa l’altro ospite in quota ‘paese reale’, appunto, spesso sostenitore di tesi incredibili, grottesche, a dir poco minoritarie, forse mai udite in natura”. Ora no, ora il mondo si è capovolto anche per un comico: “Pensavo di aver capito alcune cose, mi sembrava di aver intercettato dei punti di vista, ma la pandemia ha rimesso in gioco tutto, e ha messo in crisi la nostra lucidità”. E però allo stesso tempo Ferrario era già dentro al nuovo tempo pandemico: “’Paese reale’ è figlio del virus, in un certo senso”.
E’ andata così: il giovane comico l’estate scorsa ha scritto un libro (“Siete persone cattive”, ed. Mondadori), in cui in nuce sfilavano idealmente alcuni “tipi”, dallo chef presuntuoso al rom europeista all’imprenditore di Roma nord che sembra ancora immerso in “Vacanze di Natale”, fino al pittore omofobico, al radical chic feroce e al nostalgico delle piccole sicurezze del secolo scorso. Ma poi i “tipi” hanno cominciato a vivere di vita propria nella sua testa, come sempre gli accade da quando, diciottenne, si è iscritto a “Giurisprudenza per senso del dovere e a una scuola di scrittura comica per passione”.
E può capitare, a Ferrario, che un personaggio, negli anni, diventi altro da quello che era, e che il comico lo interroghi tra sé e sé: “Come parlerà ora?, mi chiedo. Che cosa farà adesso? Sarà cambiato? Sarà rimasto fermo nel tempo?”. E insomma, prima che il virus si abbattesse sul mondo di prima, era già partito, nell’immaginazione di Ferrario, il carosello di vecchi e nuovi caratteri, solo che poi gli è stato proposto un programma su Rai Play, programma che lui aveva immaginato come tradizionale show modello “stand-up comedy”, con pubblico, band, ospiti. Ed ecco che intervengono due fattori imprevisti: la Rai che vuole un programma “one-man”, cioè tutto condotto e recitato da lui, e la pandemia che chiude tutti in casa (impossibile anche soltanto pensare, durante il lockdown, “di proporre un programma popolato di gente”).
Quindi Ferrario si è messo a scrivere, con i suoi coautori, uno show popolato dalle uno, nessuno e centomila maschere che un po’ c’erano già e un po’ sono nate via via, e che adesso fanno parte dei tredici “altri da sé” che aiutano il Dottor Ferrario, “conduttore che ha i difetti di tanti conduttori reali messi insieme”, dice il Ferrario autore, elencando i sette peccati capitali della tv: “Il Dottor Ferrario è ambiguo, narciso, moralista, se la prende con il più debole, flirta con il più forte, non esita a cavalcare una tesi che aveva stroncato o a depotenziare la parola scomoda”. E, come dice lo slogan del programma, il dottor Ferrario crede fermamente “nelle opinioni” (“i fatti li diamo al gatto”, è il corollario).
Ma fuori da “Paese reale” c’è la vita reale, e in questi giorni, nel crescendo di ansia pandemica, è capitato a Ferrario di ripensare a lungo alle parole di un tassista che durante la corsa ha tirato fuori, uno dietro l’altro, “tutti i topos del complottismo, un concentrato di voci e sospetti, dal vaccino che è in mano a Bill Gates e chissà chi se ne avvantaggerà al Coronavirus che impazza perché è legato alla questione 5G, ma poi quando gli ho chiesto ‘scusi ma lei è sicuro di queste cose che dice?’, il tassista ha detto ‘senta che le devo di’, complottista mi c’hanno fatto diventare’, e allora ho pensato che il male collaterale di questa pandemia è che creerà dei fossati tra una categoria e l’altra, e tra gli uni e gli altri. Vedo molte persone insospettabili, in questi giorni, in preda a pensieri scomposti, contraddittori. Bisogna fare un grande sforzo per mantenersi razionali”.
Serissimo, il comico. Come serio è l’altro discorso che lo preoccupa: “L’ossessione e la conseguente dittatura del politicamente corretto”, con la “cancel culture” che porta all’ostracismo delle espressioni e delle opinioni e degli artisti e degli scrittori, anche del passato, che non corrispondano al pensiero considerato “giusto”. E Ferrario non vorrebbe vedere, un giorno, “come già succede negli Stati Uniti”, tante nicchie-categorie che parlano soltanto tra loro, con la paura di pronunciare qualcosa di “bannato” dal mondo. “Mi sorprende la facilità con cui ci si sente offesi, facilità amplificata dai social. Quanto piace alle persone sentirsi vittime, si domanda Bret Easton Ellis in ‘Bianco’. Ecco, è più facile sentirsi vittima che ragionare”.
Noi invece ci domandiamo come sia stato possibile, per Ferrario, studiare contemporaneamente da avvocato e da comico: “Diciamo che la frase che mi rimbombava nella testa per il suddetto senso del dovere – ‘gli studi in Legge aprono tutte le porte’ – si è presto infranta contro la consapevolezza che io, con gli studi in Legge, avrei potuto al massimo aspirare a spostare i sassi nella bilancia di ‘Forum’”. E per fortuna non ha avuto tempo di trovarsi davanti al “che faccio ora che mi sono laureato?”, Ferrario, perché intanto aveva già cominciato a scrivere monologhi poi recitati in piccoli locali di Trastevere e San Lorenzo, “davanti ad amici un po’ più grandi che mi hanno molto incoraggiato – d’altronde ho sempre voluto fare quello, fin da piccolo mi piaceva pensare a come far ridere gli altri. Poi sono diventato quello che a scuola imitava i professori, e poi ancora quello che prendeva in giro anche gli studenti”. Quel mondo gli ha portato fortuna, facendogli muovere anche i primi passi in tv: “La serie tv sugli esami mi è venuta in mente perché l’esame universitario ha la struttura perfetta di uno schetch comico: premessa, svolgimento, finale a sorpresa”. E se da piccolo guardava Fantozzi, Ferrario si è formato, racconta, sui programmi di Serena Dandini che suo padre gli faceva vedere. E poi – colpo di teatro nel teatro – proprio Dandini (oltre a Caterina Guzzanti) ha fatto da Pigmalione al giovanissimo Ferrario al debutto sul piccolo schermo e in radio. Sullo sfondo, però, si muovevano sempre i “caratteri” del “paese-teatro” che, piano piano, hanno traghettato Ferrario sulla scena di “Paese reale”. E il passaggio dall’uno all’altro è naturale, pur nei tanti cambi di mimica facciale, di inflessione vocale, di postura. Il personaggio del conduttore, in sé, è un concentrato di trasformismo, da quanto l’uomo è ambiguo. Poi c’è Massimiliano Mazzocca, imprenditore ex pariolino del “food”, espatriato in Estonia (che lui con confonde sempre con le altre Repubbliche baltiche), dopo un divorzio da un’altra pariolina con madre ingombrante, con l’idea di fondare una “scarpetteria”: “Cuciniamo i piatti e il contenuto lo buttiamo ar secchio”, dice Mazzocca, che lascia ai clienti soltanto il sugo da tirare su con un pane di cartone. Il ristoratore è una sorta di megalomane del “glocal, local, new and old fashion”, terrorizzato dalle tasse e affezionato alla sua parlata romanesca “strascicata”. Accanto a lui si muovono Elisabetta Cancelli (unico personaggio femminile interpretato da Ferrario), social media manager di una Milano che fa paese a sé, dopo il “trattato di Expo 2015”, una sorta di Eldorado (e inferno) dei diritti dove ci si muove in ossequio alle leggi del politicamente correttissimo, con divisione in quartieri “a seconda delle etnie”: gli “immigrati” da altre regioni italiane che popolano i luoghi della “diversity”, così li chiama Cancelli, alludendo a “Baritown” e a “New Lucania” (ma negli uffici vige anche la divisione dei bagni a seconda del gender: addirittura trentadue). Ferrario si diverte poi con il secessionismo attraverso l’iper-secessionista veneto Gianni Zandonai che ha fatto la secessione anche dalla Padania, per chiudersi con la moglie in una roulotte dentro i confini della Zandonia, terra di cui è “dittatore imperituro”, al grido di di “prima sparo, poi chiedo chi è” a chiunque si avvicini, zanzare comprese. E si capisce che Zandonai pensa, a proposito del riscaldamento globale, “che il caldo lo portino gli immigrati”.
Sulla scena di “Paese reale” anche le maestranze Rai hanno un volto: quello di “Rupert 104”, categoria protetta di assistente-Candide che dice anche quello che non si può dire, mentre gli spot tipo “pubblicità progresso” mirano ferocemente all’autodivisione sociale (giovani, donne, studenti, vegeteriani), mentre la pubblicità aziendale diventa scenetta surreale-pop con la signora della porta accanto che magnifica la nuova app per dividere un cocomero senza sprecare neanche una fetta, al punto che alla fine non ti rimane neanche quella che volevi mangiare. Non ci sono vittime, tra i personaggi di Ferrario, anche se tutti sono un po’ vittime di se stessi, tranne il capro-espiatorio, il giovane expat a Londra Filippo De Angelis, ispirato a un ex compagno di scuola del comico. De Angelis ha studiato design ma a Londra fa il lavapiatti, vessato da inglesi e pachistani. Quando interviene, anche se dice cose sensate, viene interrotto in malo modo dal conduttore, che dà sempre ragione agli altri, per esempio all’anziano Ettore Bumeroni, odiatore di giovani che è emigrato in Portogallo viste le facilitazioni fiscali per gli over 65, o ad Amedeo La Potta, professore di Filosofia toscano con nuova fidanzata giovanissima e insostenibile snobismo a corrente alternata (fa la morale agli altri, ma lui si considera al di sopra di ogni critica), oppure a Leonardo De Cristofori, “architetto e benpensante”, colui che, su una terrazza assolata, consiglia al povero De Angelis un po’ di “resilienza”, con l’aria di chi neanche più si accorge delle proprie piccole ipocrisie, da quanto gli piace la propria vita tra la villa d’Umbria e quella di Toscana, motivo per cui ha chiamato le figlie Flaminia e Aurelia.
Man mano che i personaggi di Ferrario sfilano, ci si ritrova a pensare a chi abbia invece ispirato la maschera del cattivo tra i cattivi, cioè a Umberto Sciacalli, parodia di un direttore di giornale di destra-destra (“Il Reazionario”), e quella del cattivo tra i cosiddetti buoni: Silvano Morgagni, chef e food blogger che non vuole essere definito tale perché è un “disobbediente”, anche se fuori tempo massimo, e a ogni domanda rifila al conduttore una ramanzina sull’“implicazione sociale della cacio e pepe” o sul ricasco dell’antipasto sulle foreste del’Amazzonia. Ed è chiaro che Morgagni vorrebbe spedire tutti al “tavolo Pasolini” del suo ristorante, il tavolo dei reietti e degli ultimi, a seguire la dieta insettivora che tanto piace alle bibbie della ristorazione (“il bagarozzo di Foggia è già presidio Slow food”). E ci si alleggerisce per un attimo, pur nell’impossibilità di alleggerire il presente tempo pandemico, e anzi si chiede a Ferrario di prendere appunti per dopo, per quando, con il virus finalmente debellato, sarà forse possibile riflettere e ridere sui cambiamenti dei “caratteri” italiani sotto il carico – e con la paura – dei lockdown.