Foto LaPresse

Santoro aveva anticipato il freccerismo sovranista, certo che non piace alla Lega

Serena Magro

Il conduttore scrive al presidente della Camera e ai presidenti della commissione di Vigilanza sulle “porte sbarrate” in Rai 

Che poi Michele Santoro forse aveva anticipato tutti e allora scoccia, ai leghisti, che sia stato più bravo di loro, più svelto, anticipatore perfino del freccerismo sovranista. Perché nella stagione 2016/2017 era andato in onda su RaiDue, proprio lì, con “Italia”. Imbattibile, sei lettere e c’è tutto, altro che Tg2Post, con quella paroletta anglo/latina, che suona quasi posh, che sa di carinetto, salvo poi far dilagare Putin. Invece “Italia”, stentoreo, riproposto oggi avrebbe deliziato Freccero e, se solo gliene avessero lasciato il tempo, avrebbe fatto felici anche i leghisti, per non parlar dei loro organici alleati grillini. E magari avrebbe anche dato una mano agli ascolti di una rete tanto bisognosa di bei numeri Auditel. E invece, niente. Fuoco di sbarramento e tutti a leggere la lettera di Santoro.

  

Audience alta per la difesa pubblicata sul suo sito personale e indirizzata, costituzionalmente, al presidente della camera, nientemeno che Roberto Fico, e poi ai presidenti della commissione di Vigilanza e della Rai. Lettera un po’ avvocatesca magari, ma anche accorata, del grande giornalista delle piazze, e silenzio o quasi, insomma ascolti frecceriani, per le proteste, a mezza bocca, insinuate, dei leghisti anti-Santoro. Lui forse aveva finalmente rivisto il “suo microfono”, nella versione d’attacco che gli è consona, non quella un po’ bollita del “Servizio Pubblico”, una cosa un po’ da bonaccioni o da nerd, con la raccolta fondi, o crowdfunding: ma la piazza campana o pugliese con gli immigrati sfruttati o con le mafie da combattere non la puoi apparentare a una specie di startup di Silicon Valley. Quindi c’era l’idea, c’era l’uomo giusto (Freccero), c’era la necessità di un aiutino alla rete in crisi di idee e di ascolti. Tutto allineato, ma, invidia degli dèi celtici ormai estesa a tutte le deità locali, ecco il leghista col mugugno. Perché le voci di corridoio, che c’erano e intense, sono l’anticamera di un programma, per parafrasare il noto para-brocardo su sospetti e mafiosità alla base della Tv santoriana. E alla base del giornalismo di Michele Santoro anche sulla carta stampata, che lo vide, per un periodo non brevissimo, azionista del Fatto. Ma quella fase forse è stata superata. In parte Santoro lo aveva raccontato anche a Salvatore Merlo, qui sul Foglio, poco più di un anno fa. Si sentiva, in lui, come la percezione (forse dolorosa) della trasformazione delle voci delle sue piazze nelle voci del populismo. Insomma, uno così. simpaticamente sbruffone nel non allineamento, e ormai distanziatosi dal grillismo, di cui ha capito benissimo la contiguità o addirittura la consustanzialità con il leghismo, era destinato a trovare quella che, nella lettera, chiama porta sbarrata. Poi ci mette un po’ di tic santoriani nel testo, con la fissazione della difesa tribunalizia dell’incarico giornalistico, quando scrive che “in un’altra epoca la magistratura è dovuta intervenire per sanzionare duramente la Rai per aver chiuso una mia trasmissione senza valide ragioni editoriali”. Allora, uno così un po’ se la chiama la porta preventivamente sbarrata. Con questo super articolo 18, quando il governo non lo ha rimesso neanche agli operai. E con la provocazione al leghista/grillista medio, costretto a riflettere sulle valide ragioni editoriali. No, qui non ci sono ragioni, e tantomeno editoriali, c’è solo un riflesso condizionato, qualche leghista che ancora covava rabbia per “Samarcanda”, e preparava da anni la vendetta. Ma Santoro avrà le sue vittorie, mentre il leghismo televisivo deve acconciarsi ai 2 per cento, senza riuscire a scalfire il mistero del populismo che tira nelle urne ma non in Tv, sulla passerella del “Popolo Sovrano”.

Di più su questi argomenti: