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Se tutti fanno vibe-coding
L'App Store di Apple ha sempre più app e ci mette sempre più tempo a fare la review necessaria prima di pubblicarle: colpa delle AI, ovviamente, che permettono a chiunque di fare (o far fare?) un'app, per poi proporla al grande pubblico. Ma... c'è qualcuno che le scarica, poi, queste applicazioni?
1 NOV 26

Foto via Getty images
Nel suo sito Apple assicura che la review delle applicazioni per il suo App Store è veloce: "tipicamente il 50% delle richieste viene controllato nell'arco di 24 ore; il 90% nell'arco di 48 ore". È da sempre la magia dell'App Store: un'app viene sviluppata e proposta ad Apple, che nel giro di un paio di giorni circa la controlla, verifica sia tutto corretto e sicuro, e la rende disponibile al mondo intero. In cambio, l'azienda richiede una commissione del 30% su qualsiasi transazione avvenga su un'app scaricata in questo modo (ergo, qualsiasi app per iPhone, iPad, e così via). Un modello di business da sogno per l'azienda e odiatissimo dagli sviluppatori, che da anni criticano la "Apple Tax" e ha già creato parecchi problemi legali all'azienda.
Questo controverso patto tra Apple e gli sviluppatori è stato messo a dura prova dalla diffusione di sistemi di intelligenza artificiale (AI) in grado di generare codice. Ora è possibile aprire Claude Code e chiedergli di sviluppare un'app per prendere appunti o fare disegni, ad esempio, e lasciare fare alla macchina. Chiunque può farlo: quando a interagire con le AI in questo modo sono persone che non sanno programmare (o comunque non hanno intenzione di rivedere più di tanto il codice prodotto), si parla di "vibe coding".
E il vibe coding ha cambiato molte cose, tra cui l'App Store. Secondo i dati di Sensor Tower, un servizio che monitora il traffico di app, nel 2025 il numero di nuove app pubblicate sull'App Store di Apple è cresciuto del 30 per cento, arrivando a 600mila circa. Un numero che è praticamente raddoppiato nel corso del 2026: nella prima metà dell'anno ne sono state pubblicate 560mila, poco meno di quelle uscite in tutto il 2025, come riporta il New York Times.
Il quadro è chiaro: se chiunque può fare un'app, sempre più persone ci proveranno – per divertimento, studio, curiosità, o nella speranza di avere un successo tra le mani. Nella maggior parte dei casi si tratta di servizi "clone", che funzionano male e, soprattutto, nessuno scarica: l'anno scorso le app scaricate sono aumentate solo del 3 per cento; nella prima metà del 2026, del 2 per cento. Insomma, le app fatte col vibe coding esistono, sono tra noi, ma solo in potenza; in realtà in pochi le usano, e vanno ad arricchire un catalogo sempre più pieno di proposte dimenticabili.
Nonostante ciò, questi programmi vengono caricati sull'App Store, che li sottopone alla necessaria revisione. E qui arriviamo alle tempistiche. Il sito The Register ha infatti raccolto alcuni post da un forum di sviluppatori Apple, in cui ci si lamenta di come il processo sia diventato lungo e tortuoso. Altro che 48 ore di attesa per vedere online la propria app: ci sono persone che hanno dovuto aspettare due, tre settimane; un tale dice di essere in attesa da più di un mese.
È la conseguenza dello slop, il termine che viene usato per indicare immagini, video e suoni generati dalle AI e considerati di scarsa qualità. Più che essere sinonimo di bruttezza, però, lo slop è velocità, immediatezza: da un certo punto di vista, assenza di impegno e direzione, perché è l'AI a fare tutto, all'utente basta scrivere il "prompt". Nel frattempo, però, le infrastrutture necessarie alla distribuzione del software rimangono ancora quelle dell'ancien régime pre-ChatGPT. Lo stesso sta avvenendo anche al world wide web e, a ben guardare, alla società intera.
Il rischio per l'App Store è diventare un negozio in cui c'è all'improvviso la fila all'ingresso per entrare ma tutti "guardano e basta", come si suol dire, e le entrate non salgono come ci si aspetterebbe. Non che sia un problema esistenziale per Apple, che vale qualche migliaio di miliardi di dollari e soprattutto, come detto, monetizza da decenni l'App Store in modo piuttosto aggressivo.
Certo, immaginiamo che Apple utilizzerà (se non lo fa già) a sua volta delle AI per velocizzare il processo di review, ma a quanto pare non basta. È il patto tra sviluppatore e azienda a essere saltato, ora che il termine "sviluppatore" include potenzialmente tutti noi e l'App Store diventa un luogo dove chiunque può proporre la sua app uguale alle altre. Non proprio la ricetta ideale per un servizio che dovrebbe garantire sicurezza e affidabilità, e per giunta richiede il pagamento di una tassa non da poco.