Anthropic lancia l’allarme dei “worm agentici autoreplicanti”

Per due ricercatori, dei malware implementati dall’AI potrebbero rappresentare una minaccia enorme per la sicurezza digitale globale. Ma il tono e sfumature dell'analisi indulgono in un certo grado di catastrofismo che rende opaca la piena intelligibilità tra ciò che va preso sul serio e ciò che invece appare quale storytelling

20 OTT 26
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Foto ANSA

Il 12 ottobre 2026, due ricercatori di Anthropic, William Zhou e Daniel Freeman, hanno reso pubblico lo studio “I modelli AI potrebbero essere capaci di replicarsi da soli, senza bisogno di un data center”. La loro idea è che dei worm informatici – malware capaci di diffondersi autonomamente lungo le reti senza necessità di ulteriore intervento umano –, implementati dall’intelligenza artificiale, potrebbero dimostrare una capacità di adattamento mai sperimentata prima, rappresentando una minaccia enorme per la sicurezza digitale globale. Soprattutto perché, notano i due ricercatori, questi worm agentici non avrebbero necessità di particolare potenza computazionale, quindi di fare necessariamente leva su Gp da datacenter, per proseguire la loro corsa e la loro opera distruttrice ma potrebbero sfruttare come canali di propagazione i piccoli strumenti di Internet of Things (IoT) di cui spesso ci serviamo noi stessi dentro casa. Webcam, router, TV, persino certi frigoriferi o aspirapolveri.
Si verrebbe a determinare un effetto farfalla cibernetico, per cui da una webcam parigina si potrebbe infettare una centrale nucleare dell’Illinois o da un elettrodomestico berlinese si potrebbe aggredire un datacenter campus di Shanghai. L’allarme è reale e serio, ma come sovente avviene con Anthropic il tono scelto e le sfumature con cui viene colorita l’analisi indulgono in un certo grado di catastrofismo che finisce per rendere opaca la piena intelligibilità tra ciò che va preso sul serio e ciò che invece appare quale storytelling. Ad esempio, l’asserzione ‘siamo a pochi mesi da’ va presa con beneficio del dubbio, perché non esiste alcun modello previsionale affidabile che possa parametrare davvero l’arco temporale. Anche la conclusione ‘antropomorfizzante’, rubricata ‘segni di vita’, come se da questo radicale adattamento derivasse lo sviluppo di una volontà riferibile agli agenti worm, è destituita di oggettivo fondamento. Stiamo però alla realtà, e la realtà è sufficientemente inquietante senza necessità di ornamenti funebri da apocalisse medievale. I ricercatori di Anthropic non sono stati gli unici, e a dire il vero nemmeno i primi, a giungere a simili conclusioni e ciò fornisce la sostanza del tema: nel giugno 2026, lo studio ‘AI Agents Enable Adaptive Computer Worms’, di Jonas Guan e altri, aveva già rilevato straordinarie capacità di propagazione e di adattamento funzionale in ambienti sperimentali. In questo studio poi risaltava una caratterizzazione ancora più inquietante: i worm facevano ricorso a risorse computazionali compromesse, determinando quindi un drastico abbattimento del costo degli attacchi. Detto in altri termini: gli attaccanti possono banalmente sopportare oneri economici infinitamente minori. Sappiamo perfettamente che worm autoreplicanti esistono da anni, il caso più eclatante della storia recente è senza dubbio alcuno WannaCry risalente al 2017, ma adesso siamo al salto quantico di scala e di qualità. Perché worm governati da intelligenza artificiale, a differenza di quelli ‘classici’ standardizzati su una serie di comandi forniti dall’hacker, possono orientare i comportamenti per fini di elusione dei sistemi di sicurezza, adottare strategie diversificate, analizzare e individuare ulteriori vulnerabilità.
L’aggressione ai sistemi, piccoli e domestici, di IoT agevola la propagazione, basata su, in apparenza, insignificanti livelli di potenza di calcolo. Il tema è enorme, perché esige lo spostamento di prospettiva della sicurezza digitale: non più solo sui plessi critici ma abbassando lo sguardo, a livello microfisico, sapendo che la superficie attaccabile ora è ovunque, anche dentro un frigorifero. Allo stato attuale, la condizione di rischio più plausibile da immaginare è quella della infezione diffusa di ambienti domestici poggianti su IoT, i quali potrebbero essere utilizzati per la compromissione aziendale o di plessi istituzionali. Più difficile immaginare la propagazione a infrastrutture critiche, anche se il pericolo dei worm agentici è il fatto che essi non hanno un epicentro, un interruttore da spegnere, né umano né sintetico e pertanto continuano a propagarsi, labirinticamente, cercando vie di fuga e di accesso a obiettivi di volta in volta individuati. Naturalmente si scontrerebbero con una serie di fattori difensivi, parimenti agentici, e di natura tecnica; limiti energetici, ambienti protetti, esaurimento della memoria. Il vero dramma, volendo indulgere in scenari catastrofici, sarebbe invece dato dalla possibilità che questi worm non solo si propaghino autonomamente ma inizino a lavorare sul proprio codice, modificandolo. In quel caso, rischierebbero di adeguarsi alle difese, superandole con maggiore facilità.