L'intelligenza artificiale secondo Trump, quando il nome diventa una questione di potere

Dalla piantina del pranzo alla nuova definizione di "Super Intelligence", la Casa Bianca ridisegna le gerarchie della Silicon Valley. Al centro i produttori di chip e i padroni dei razzi, più lontani quelli che costruiscono i modelli e chiedono regole. Perché chiamare una tecnologia con un altro nome significa anche decidere chi ne risponde
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Immagine generata con ChatGPT

Per capire chi comanda nell'intelligenza artificiale americana è utile una piantina. Più precisamente, quella che Donald Trump ha pubblicato su Truth per lo schema dei posti del suo "Super Intelligence Luncheon", l'equivalente del pranzo di nozze dell'intelligenza artificiale – pardon, "super" – dove ogni dettaglio non è lasciato al caso. "Alla destra del padre", il Potus, siede Jensen Huang, alla sua sinistra Elon Musk. Di fronte J. D. Vance, stretto fra Jeff Bezos e lo speaker della Camera Mike Johnson. Subito dopo arrivano Mark Zuckerberg e Sundar Pichai. Dario Amodei, il capo di Anthropic che da mesi invoca un ritmo più prudente, finisce più lontano di Pichai, cosa che non è passata inosservata neppure alla stampa coreana – culturalmente, la più pronta a "leggere l'aria", com'è d'uopo in queste situazioni.
Il protocollo della Casa Bianca ha sempre parlato per posizioni, e questa volta il messaggio è limpido. Al centro siede chi, nella nuova corsa all'oro, "vende i picconi", ovvero chi fabbrica il silicio, insieme a chi lancia i razzi, mentre chi costruisce i modelli e chiede regole si accomoda più in là.
Il dettaglio più interessante riguarda due biografie. Huang è nato a Taipei nel 1963 e a nove anni i genitori lo spedirono in un collegio del Kentucky, in cui per anni ha pulito i bagni e giocava a ping pong, prima di diventare l'ad dell'azienda con la più grande capitalizzazione di mercato della storia dell'economia: esiste forse una storia più americana di questa? Lisa Su, che guida AMD e sedeva qualche posto più in là, è nata a Tainan ed è sua parente. I due grandi rivali nel mercato dei chip per l'intelligenza artificiale vengono dalla stessa famiglia e dalla stessa isola, quella che Pechino considera una provincia da riportare a casa.
Poche ore prima Trump aveva escluso qualsiasi collaborazione con la Cina sulla sicurezza dell'AI. Ma la geografia del tavolo ricorda che il primato americano poggia su una catena di fornitura che passa comunque per l'Asia, e più precisamente per Hsinchu, dove TSMC stampa i chip progettati sia da Nvidia sia da AMD.
A margine è arrivata anche la formalizzazione della firma. Con un ordine esecutivo Trump ha stabilito che le agenzie federali chiameranno l'intelligenza artificiale "Super Intelligence", sigla SI. La motivazione presidenziale ha una semplicità talmente disarmante da finire per essere, come spesso succede col presidente, infantile: "Non è artificiale". D'altronde, Trump ha dimostrato una certa inclinazione a ribattezzare le cose, dal Golfo del Messico trasformato in Americano, così come successe per il lago Ontario, e il dipartimento della Difesa trasformato in quello "Guerra": anche nel mondo anti-woke, dare nome alle cose è una forma di conquista. Nel suo vocabolario ogni cosa è super, tremenda, incredibile, enorme, e un'intelligenza senza superlativo sarebbe suonata come una sconfitta. Dopo il Big beautiful bill mancava solo la Big beautiful intelligence, la migliore mai vista.
La battuta merita comunque di essere presa sul serio. "Artificiale" viene da ars e facere e indica ciò che è stato fatto con arte, da qualcuno. Un artefatto porta sempre con sé un autore, e l'autore è anche il primo responsabile. Togliere l'aggettivo sposta la tecnologia dalla famiglia delle cose costruite a quella dei fenomeni naturali, accanto al meteo e alle maree: davanti a un uragano nessuno si chiede chi l'abbia progettato.
Il pranzo si è chiuso con un accordo che Trump ha definito "moralmente vincolante", un impegno all'autoregolamentazione sottoscritto da chi dovrebbe essere regolato, una scelta che secondo il New York Times nasconde un calcolo politico preciso: senza regole federali, ogni responsabilità per quello che accadrà ricadrà sui ceo, come già successo con i social network. Il nuovo nome si sposa bene con questa impostazione: se la superintelligenza è una forza della natura, alla politica resta solo il compito di ammirarla.
La parola, del resto, ha una storia. Quando Nick Bostrom la rese popolare nel 2014, superintelligenza indicava un'ipotesi inquietante, una mente capace di superare l'uomo in ogni campo e di sfuggirgli. Dodici anni dopo lo stesso termine finisce sulla carta intestata della Casa Bianca come un'insegna al neon.
A breve il consigliere scientifico Michael Kratsios dovrà proporre una definizione legale. In Europa l'AI Act continuerà a parlare di sistemi di intelligenza artificiale, e le due sponde dell'Atlantico proveranno a regolare, a modo loro, la stessa cosa con nomi diversi.