un approccio liberale e liberista
Con l’AI rallentare può far male. Il futuro è in modelli ibridi di pensiero
La questione è esistenziale: non si può continuare a trattarla come un semplice problema politico ed economico. L'unica strada possibile è l'adattamento
24 SET 26

Foto ANSA
Da più parti si invoca un rallentamento dell’intelligenza artificiale. L’8 settembre uno dei ricercatori di Anthropic (la società di Claude), Jacob Coxon, si dimette accusando le aziende di correre verso una superintelligenza capace di auto-migliorarsi; un suo collega, Evan Hubinger, stima in oltre il 10 per cento la probabilità che l’AI porti all’estinzione del genere umano. Meno di una settimana dopo rilancia il ceo di Anthropic, Dario Amodei, con un saggio pubblico in cui invita tutti a rallentare lo sviluppo dell’AI adducendo una serie di rischi disastrosi, tra i quali l’imperversare su internet delle cosiddette rogue AI, ovvero sciami di agenti artificiali fuori controllo. Uno dei padri del deep learning, il premio Nobel Geoffrey Hinton, ripete da tempo che l’AI sta per superarci come intelligenza e che, in natura, si conoscono pochissimi casi in cui una specie più intelligente sia sotto il controllo di un’altra meno intelligente. Sono arrivate poi le dichiarazioni favorevoli a mettere un freno da parte di Sam Altman, Elon Musk e Demis Hassabis (Google DeepMind).
Qualcuno però denuncia un marketing della paura con il fine nascosto di giustificare l’imposizione di regole che favoriranno chi è già in una posizione di vantaggio e impediranno a nuovi attori di entrare nel mondo dell’AI. David Sacks, consigliere di Trump per l’AI, e l’investitore Chamath Palihapitiya vedono un calcolo interessato per consolidare il potere di chi è già leader di settore. E l’Europa che ha un solo modello AI competitivo (Mistral), comunque inferiore ai concorrenti americani e cinesi, come al solito, invoca regole che controllino e rallentino il progresso degli altri.
E’ interessante notare come i punti di vista, legati a posizioni politiche sia di destra che di sinistra, su questo punto tendano ad andare d’accordo. Le forze politiche guardano con sospetto alla forza innovatrice dell’AI e ai cambiamenti economici e sociali che seguiranno. Molti osservatori credono sia possibile rallentare la tecnologia quel tanto che basta a salvare l’equilibrio sociale ed economico. Tolta l’amministrazione Trump negli Usa, i rappresentanti politici tendono a vedere con favore un rallentamento dello sviluppo dell’AI. In particolare, molti associano l’AI ai grandi gruppi tecnologici e quindi usano argomenti noti. In Europa la von der Leyen ha fatto sua la linea nel discorso sullo stato dell’Unione del 16 settembre, “se chi sviluppa la tecnologia pensa che sia ora di rallentare, dovremmo pensarlo anche noi”. In Italia, la politica tace sul punto o delega tutto a Bruxelles.
Eppure, la questione dell’AI è esistenziale e non si può continuare a trattarla come un semplice problema politico ed economico. L’AI sta esternalizzando i nostri processi cognitivi e il cambiamento è così profondo che rappresenterà un passaggio paragonabile (se non superiore) all’invenzione della scrittura e prima del linguaggio. Io propongo di assumere una posizione liberale e liberista che sia neutrale rispetto ad atteggiamenti conservatori e presunzioni antropocentriche.
Il nostro sistema economico è basato sul valore dei processi cognitivi che, fino al 2022, avvenivano quasi esclusivamente nei nostri cervelli. Siamo vissuti per circa un secolo in un sistema economico che sarà ricordato come il “cognitariato” (estendendone il significato originario dato da Berardi): la conoscenza aveva valore e richiedeva esseri umani. Questo non è più vero e non abbiamo ancora cominciato a vedere gli effetti sul sistema economico.
Non si tratta di essere tecnoentusiasti, ma di assumere una posizione liberale riconoscendo che non si può rallentare (anche per i soliti problemi strategici con la Cina ammessi dallo stesso Amodei) e lasciando che il sistema sviluppi gli anticorpi esponendosi al cambiamento. Nessun muro di regole tratterrà il mare. L’unica strada è imparare a navigare: liberare, insieme alla tecnologia, anche le forme d’impresa, di economia e di cultura politica.
Non sappiamo come evolverà la nostra struttura economica e politica in un mondo in cui la conoscenza sarà una commodity e il pensiero sarà esternalizzato in modo massiccio. Ma è il destino che ci attende. Le regole che pensano di poter congelare la realtà non faranno altro che rallentare la partecipazione a questo nuovo modo di pensare. Il segreto del futuro prossimo non sarà la creazione di riserve dove gli indiani (noi) possano continuare a usare le frecce di processi cognitivi ormai superati. Il segreto consisterà nella selezione di modelli ibridi di pensiero e cognizione dove la creatività umana sarà integrata con la conoscenza offerta dagli LLM. Stiamo arrivando a tutta velocità verso un salto oltre il quale non conosciamo che cosa troveremo. Rallentare, però, non ci eviterà il baratro, anzi ci farebbe inevitabilmente cadere dentro. L’unica via è avere abbastanza velocità per arrivare dall’altra parte, senza sapere in partenza come sarà il nuovo equilibrio tra pensiero umano e conoscenza artificiale esternalizzata dagli LLM. Un approccio libero è sempre la miglior garanzia di successo davanti a un orizzonte aperto e ignoto.
Riccardo Manzotti
docente di Filosofia teoretica, Università Iulm