All'intelligenza artificiale manca la passione

L'Ai supera l'essere umano per prestazioni intellettuali ormai in molti campi, compresa l'autoconsapevolezza. Là dove non arriva, invece, è all'autocoscienza sensoriale

21 SET 26
Ultimo aggiornamento: 11:33
Immagine di All'intelligenza artificiale manca la passione

Foto ANSA

Sarebbe impossibile negarlo, le prestazioni intellettuali dell’AI non solo sono indistinguibili da quelle della mente umana (test di Turing) ma, in diversi settori, le superano anche di molto. L’autocoscienza? Come si fa a non attribuirla a un congegno che discute con competenza sui limiti delle proprie performances e sulle operazioni cognitive che compie quando risolve un problema? In questo campo l’autoconsapevolezza dell’AI è superiore a quella media delle menti naturali. Eppure la mente umana ha un quid che la rende unica. Il discorso è complicato, proverò a ridurlo in poche battute.
Per cominciare pongo sul tavolo della discussione un dato altrettanto incontrovertibile: all’AI manca una particolare forma di autocoscienza che chiamo autocoscienza sensoriale e questa assenza rende sub-umana la sua straordinaria intelligenza sovra-umana. Sembra un paradosso ma così è. Che cos’è l’autocoscienza sensoriale? Il lettore può fare un esperimento su se stesso. Che ne dite di qualcuno che si lascia andare in asserzioni di questo tipo: “Ho un orgasmo ma non lo so” oppure “Ho mal di denti ma non lo so”. Sono proposizioni che descrivono delle impossibilità. Non è possibile provare piacere o dolore senza esserne coscienti. L’autocoscienza sensoriale non è una proprietà della mente che calcola e ragiona ma di un corpo che è in grado di gioire e soffrire. Là dove c’è sensazione del piacere e del dolore là c’è anche autocoscienza allo stato aurorale. Una forma embrionale e primitiva di autocoscienza sensoriale appartiene a un qualsiasi animale che fa sesso con piacere e che soffre se subisce violenza ma è estranea a una qualsiasi mente con capacità di calcolo così straordinarie da consentire all’uomo di andare sulla luna e di esplorare le immense galassie. C’è dell’altro.
Piaceri e dolori sono i vitali ganci autocoscienti che sorreggono i calcoli e i ragionamenti verbali delle menti umane. Si chiamano culture. Religioni, ideologie, riti e credenze sono sofisticate elaborazioni linguistiche che danno un senso alla morte, alle sofferenze e alle gioie. Questo può accadere solo negli animali in cui la capacità di ragionamento e di calcolo (il logos della filosofia greca) risiede in un corpo capace di provare piacere e dolore.
Non si può dire meglio di come lo dice Aristotele (IV secolo a. C.) in un passo, di solito mal tradotto, dell’Etica Nicomachea: l’animale umano è “mente che desidera (nous orektikós) e desiderio che ragiona (órexis dianoetiké)”. O, altra definizione di straordinaria profondità e chiarezza: nell’animale umano le passioni (quindi piacere e dolore) e i ragionamenti sono come le parti concava e convessa di una superficie curva, differenti nelle definizioni ma inseparabili nella realtà. Che ne è di questo miscuglio inestricabile di passioni e logos nell’AI? Forse che non è possibile costruire intelligenze artificiali che calcolano e ragionano con finalità cristiane, islamiche, fasciste, comuniste, naziste, liberaldemocratiche, eccetera? Non bisogna dimenticare che le moderne AI ricevono un addestramento o, detto in termini antropologici, passano per un preliminare processo educativo. Dove sta allora la differenza? Esiste, sembra molto sottile ma a me appare fondamentale. Alle AI le passioni vengono trasmesse per via esclusivamente intellettuale. Le passioni (ideologiche, religiose, erotiche) nelle menti artificiali sono oggetto di sofisticati ragionamenti ma non ganci pre-intellettuali a cui appendere una esistenza affettiva, individuale e/o collettiva.
Chiudo con una battuta: le AI non soppianteranno la mente umana non perché non sono abbastanza intelligenti ma perché non conoscono i piaceri del sesso e non provano dolore se ricevono una martellata.