l'editoriale del direttore
Il vero rischio sull’AI è non rischiare nulla
Il momento Oppenheimer è anche questione di soldi. Dietro la furbata etica di Musk, Altman e Amodei
15 SET 26

Foto ANSA
Il momento Oppenheimer sull’intelligenza artificiale, quel momento preciso in cui chi costruisce qualcosa di innovativo si chiede se i benefici di quella tecnologia superino i malefici, è un test interessante per osservare due categorie di osservatori che generalmente si autoalimentano, non solo quando si parla di AI. Da un lato, i teorici dell’apocalisse inevitabile. Dall’altro, i teorici dell’ottimismo ineluttabile. La storia è quella che conoscete. Alcuni tra i principali volti dell’industria dell’AI (Amodei, Musk, Altman) hanno lanciato un allarme altisonante: l’intelligenza artificiale può generare conseguenze disastrose e per questo occorre prendersi una pausa di riflessione prima di arrivare alla fine dell’umanità in un modo un po’ troppo affrettato. Il dato interessante è che a essere diventati profeti dell’apocalisse sono gli stessi campioni del tecno-ottimismo. E questo cortocircuito ha permesso al partito del catastrofismo di prendere coraggio e fare di tutta l’erba un fascio. Sintesi finale del weekend: l’AI è un pericolo, rallentiamo, e se possibile sbarazziamocene prima che sia troppo tardi. Ma è davvero così? Il punto in questione non è chiedersi se l’intelligenza artificiale abbia bisogno di limiti. Il punto in questione è chiedersi se quei furbacchioni che governano l’AI americana non abbiano colto la palla al balzo per provare a iscriversi, anche per ragioni di marketing, al partito dei buoni (in tempi di odio nei confronti dell’AI può fare bene), tentando allo stesso tempo di chiedere al governo americano una deroga alle leggi della concorrenza per essere autorizzati a fissare standard comuni di sicurezza e limiti alla velocità del progresso.
Jim Cramer, un famoso conduttore di Cnbc, e Aidan Gomez, ceo di una importante società che si occupa di AI, hanno provato a spiegare con parole semplici un dato ulteriore: perché i campioni delle Big Tech hanno un interesse poco raccontato (che travestono da appello etico) a promuovere un rallentamento dell’AI. Il problema delle Big Tech che si occupano di AI è che da anni spendono molto sull’AI senza riuscire a generare i profitti sperati. E avere una scusa (etica) per risolvere un problema industriale può permettere di non ritrovarsi nella situazione in cui un’azienda si ferma e le altre vanno avanti. Numeri utili. Nel 2025 OpenAI (Altman) ha incassato circa 13 miliardi, ma ha sostenuto circa 34 miliardi di costi complessivi, di cui circa 19 in ricerca e sviluppo. Nel primo trimestre 2026 X.AI (Musk) ha avuto circa 818 milioni di ricavi, ma ha speso 2,4 miliardi solo in ricerca e sviluppo. Nel 2026 Anthropic (Amodei) ha finalmente cominciato a registrare un utile operativo: circa 559 milioni nel secondo trimestre. Ma in vista di una quotazione imminente (attesa entro il 2026) avere la possibilità di non essere costretta a reinvestire immediatamente ogni dollaro guadagnato nella costosissima corsa al modello successivo può essere una manna dal cielo. Porre limiti alla tecnologia, come ha ricordato ieri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella negli auguri inviati a Papa Leone XIV per il suo compleanno, è importante. Ma per farlo occorre qualcosa in più di sensazioni, intuizioni, numeri vaghi (sulla probabilità stimata al 10 per cento che l’AI provochi l’estinzione dell’umanità servirebbe qualcosa in più di un tweet). Occorre trasparenza, come si dice, nel mostrare gli errori e le degenerazioni, condividendole quando si presentano (cosa che oggi non accade). Ma occorre anche ricordare che salire sul carro del “fermare l’AI” non significa ridurne i rischi. Significa rallentare le ricerche sui nuovi farmaci, togliere alle imprese occasioni per aumentare le competenze, creare vantaggi competitivi per le non democrazie che non si fermano. Significa non capire che oggi esiste solo un rischio più grande del prendere sottogamba i problemi legati all’AI: smettere di rischiare rinunciando a costruire intelligenze artificiali in grado, con le giuste accortezze, senza catastrofismo ideologico e ottimismo irresponsabile, di migliorare il nostro mondo.