L’iPhone che si piega. Ma serve davvero?

Apple arriva nel futuro con anni di ritardo. E lo fa vendendo a oltre 2.000 euro, in Italia, un oggetto che promette di essere, nello stesso momento, telefono, tablet, taccuino e status symbol. Il problema è che, nel frattempo, è diventato un prodotto già visto. Basterà la qualità del nuovo Duo per recuperare il gap?

10 SET 26
Ultimo aggiornamento: 14:22
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Foto Apple

C’è una scena, nella presentazione del nuovo iPhone Duo, che sembra costruita per chiudere ogni discussione. Il telefono si apre come un passaporto, lo schermo raddoppia e quello che fino a un secondo prima era uno smartphone diventa un piccolo tablet. Applausi, musica, la solita promessa di Apple: non avete mai visto niente del genere.
Solo che lo abbiamo visto.
Samsung vende telefoni pieghevoli dal 2019, Google e Motorola sono entrate da tempo nella categoria e intorno a questi dispositivi che si aprono si è ormai formata una fiorente industria. La domanda, semmai, è rimasta la stessa da allora: quanto serve davvero?

La narrazione della tecnologia Apple

Apple, naturalmente, non racconta il Duo come un inseguimento. Lo presenta come il prodotto che arriva quando la tecnologia è finalmente pronta. È una delle strategie dell’azienda: lasciare che gli altri corrano, aspettare che una categoria smetta di sembrare sperimentale e poi entrare quando c’è la possibilità di trasformarla in un oggetto desiderabile.
Il conto, però, arriva insieme al telefono. In Italia si parte da oltre 2.000 euro, cifra che rende il Duo lo smartphone Apple più costoso mai arrivato sul mercato. Chiuso ha un display esterno da 5,4 pollici, aperto arriva a 7,6. Può mostrare due app affiancate, stare in piedi come una piccola tenda, funzionare con Apple Pencil e assumere perfino le sembianze di un mini computer portatile. Tutto molto convincente. Resta da capire perché dovremmo volerlo.

Un prodotto di nicchia per un mercato di nicchia

La questione non è più se un telefono possa piegarsi. Può farlo. E i problemi che per anni hanno frenato questa tecnologia sembrano essere stati risolti almeno in buona parte: la cerniera è più discreta, lo schermo interno quasi non mostra la piega, il passaggio da un display all’altro è fluido. Apple ha aspettato sette anni, probabilmente anche per arrivare a questo livello di maturità. Ma la prudenza industriale non risponde a una domanda molto meno tecnica: che cosa ci facciamo?
Un dato riportato dagli analisti di Counterpoint Research aiuta a ridimensionare l’entusiasmo: i pieghevoli rappresentano circa il 2 per cento delle vendite mondiali di smartphone. Una quota sufficiente a creare una categoria e a interessare parecchio i produttori, non abbastanza per dire che il mercato abbia scelto la forma del futuro.
I pieghevoli, insomma, sono diventati normali senza diventare mainstream. È una differenza importante. Un po’ come le auto sportive: nessuno si stupisce più vedendone una, ma questo non significa che domani tutti lasceranno la berlina in garage.
Apple può però contare su una qualità che ai concorrenti non è mai mancata e che continua a fare la differenza: la capacità di rendere naturale un gesto che fino a un attimo prima sembrava strano. L’Independent, dopo aver provato il Duo, ha descritto proprio questa sensazione. Aprirlo e chiuderlo dà quasi subito l’impressione che sia sempre stato pensato così. La tecnologia scompare e resta il gesto.
Poi arrivano le domande più difficili: perché abbiamo bisogno di tutto quello schermo? Perché un telefono deve diventare anche un tablet, invece di restare semplicemente un telefono? Sono interrogativi che una presentazione Apple tende naturalmente a rimandare. Il primo impatto è sempre il momento in cui il prodotto viene ammirato. Il quarto giorno è quello in cui si comincia a capire se è entrato davvero nella vita quotidiana.

A cosa serve iPhone Duo

Il Duo ha usi concreti. Chi lavora con documenti e finestre affiancate può avere un comunicato da una parte e una bozza dall’altra. Chi viaggia può tenere una mappa aperta mentre controlla una prenotazione. Chi scrive o produce contenuti può contare su una superficie più ampia per appunti, messaggi e qualche lavoro leggero. Ma c’è sempre il sospetto che una parte di questi utilizzi venga scoperta dopo aver comprato il dispositivo. Prima si acquista il telefono che si apre, poi si cerca di capire perché dovrebbe aprirsi. E i compromessi non mancano. Il Duo rinuncia al Face ID in favore del Touch ID integrato nel pulsante laterale. Ha due sole fotocamere posteriori e, secondo le prime prove, non sembra avere la stessa vocazione fotografica dei modelli Pro. Mal di poco. Da chiuso è più corto e più largo di un iPhone tradizionale mentre da aperto offre molto più spazio, ma cambia anche il modo in cui si porta e si usa.
Qui sta il paradosso. Il Duo potrebbe essere il miglior telefono pieghevole mai costruito e non diventare, per questo, il telefono che tutti vogliono. È una situazione che Apple conosce bene. L’iPhone non ha inventato lo smartphone e l’iPad non ha inventato il tablet. La forza dell’azienda di Cupertino è stata trasformare tecnologie già esistenti in prodotti che sembravano inevitabili. Questa volta il compito è più difficile, perché la categoria esiste già e il pubblico ha avuto sette anni per decidere se gli servisse.
La storia dell’iPhone insegna che Apple non deve necessariamente arrivare per prima. Deve arrivare nel momento in cui può convincere gli altri di essere arrivata al momento giusto. Il Duo, per ora, sembra avere la tecnologia per riuscirci ma deve ancora dimostrare di avere un motivo. Perché il vero business non è convincerci che un iPhone può diventare un tablet. È convincerci che abbiamo bisogno di tutti e due, nello stesso oggetto, e che per averli valga la pena pagare cifre mai viste in un Apple Store.