Nell’attesa che l’intelligenza artificiale sconvolga inesorabilmente le nostre vite, distruggendo vertiginosamente il lavoro, rendendoci tutti inevitabilmente più vulnerabili, fottendoci ineluttabilmente il cervello e creando irrimediabilmente un futuro più cupo per tutti, nell’attesa che tutto questo accada, e certamente accadrà, ci sono alcune verità controintuitive e persino sorprendenti sull’AI e sulle sue applicazioni quotidiane che sembrano fatte apposta per rendere più difficili le giornate ai profeti di sventura, e forse non soltanto a loro. Il dibattito più angosciante sull’AI, lo sappiamo, non coincide solo con la possibilità che l’AI sia in grado di creare virus letali per il nostro futuro, come ci ha ricordato ieri con toni cupi Walter Veltroni sul Corriere della Sera, ma coincide prima di tutto con il rischio sistemico di ritrovarsi in un mondo in cui l’Intelligenza artificiale prenderà inesorabilmente il posto degli esseri umani. Nel 2025, lo sappiamo, l’intelligenza artificiale negli Stati Uniti ha conosciuto un boom, ma nonostante questo l’America ha continuato a registrare più di cinque milioni di assunzioni lorde al mese e non ha conosciuto alcuna impennata del così detto tasso aggregato dei licenziamenti. Non è stato un boom occupazionale: le assunzioni sono diminuite rispetto all’anno precedente. Ma non si è verificato neppure lo svuotamento degli uffici annunciato dai profeti dell’apocalisse. Nei quasi quattro anni della rivoluzione generativa, dal lancio di ChatGPT nel novembre del 2022, l’economia americana ha aggiunto circa 4,6 milioni di posti nelle sue buste paga. E dei tagli annunciati dalle imprese negli Stati Uniti nel 2025 solo il 4,5 per cento è stato attribuito esplicitamente all’AI. Nel 2026 i tagli attribuiti all’AI sono aumentati, ma finora non si è vista un’impennata generale dei licenziamenti.
Tra i miti sfatati, almeno per il momento, dall’
Intelligenza artificiale ce n’è un altro importante, segnalato nelle ultime settimane dal Wall Street Journal.
Non solo l’AI non ha prodotto finora l’apocalisse del lavoro, ma con la crescente consapevolezza delle sue potenzialità sta emergendo una sorprendente accelerazione selettiva delle assunzioni. Alcune tra le più grandi aziende americane, tra cui Alphabet, la capogruppo di Google, e il gigante ferroviario CSX, hanno comunicato agli investitori, negli ultimi mesi, che intendono assumere altro personale per raggiungere i propri obiettivi di crescita e sfruttare le tecnologie emergenti (IBM ha annunciato che nel 2026 triplicherà le assunzioni “
entry level” negli Stati Uniti). L’intelligenza artificiale, lo sappiamo, introduce molta incertezza per i datori di lavoro: nessuno, nota ancora il Wall Street Journal, sa se in futuro serviranno più o meno persone. Ma ciò che al momento sta emergendo è che
l’aumento della tecnologia induce le aziende a dotarsi di persone che capiscano come farla funzionare, come sfruttarla al meglio, come renderla uno strumento in grado di creare maggiori opportunità e maggiori profitti.
Un dato interessante, su questo tema, arriva dal Global AI Jobs Barometer 2026 di PwC: rispetto alla base del 2018, le aziende appartenenti ai settori più esposti all’AI hanno registrato una crescita degli organici del 52 per cento, contro il 36 per cento delle aziende meno esposte. E nello stesso periodo, altro dato drammatico per i profeti di sventura, i salari sono cresciuti rispettivamente del 24 e del 17 per cento. Niente male. All’interno di questo quadro, poi, c’è un dettaglio interessante per chi lavora con l’AI. Lo ha notato settimane fa David Brooks sull’Atlantic: chi usa l’AI per lavoro sa di che cosa sta parlando Brooks. Ricordate quando si diceva che l’intelligenza artificiale avrebbe offerto la possibilità di avere più tempo libero? Finora, a quanto pare, non è andata così. I ricercatori di ActivTrak hanno analizzato l’attività digitale di oltre diecimila lavoratori e hanno scoperto che, con l’adozione dell’AI, la vita lavorativa è diventata più intensa, non meno. I ricercatori della Haas School of Business dell’Università della California, Berkeley, come racconta Brooks, hanno scoperto che, con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, i lavoratori hanno cominciato ad assumersi compiti che prima delegavano, hanno infilato brevi scampoli di lavoro la sera, nei fine settimana, nelle sale d’attesa e ogni volta che avevano un momento libero e l’AI era a portata di mano. L’AI non ha semplicemente reso più rapido il vecchio lavoro: ha allargato la quantità di lavoro che le persone si sentono capaci e disponibili a svolgere.
Doveva produrre una disoccupazione di massa, l’AI, e, per fortuna, non l’ha ancora fatto. Doveva prosciugare le assunzioni e, per fortuna, ancora non è accaduto. Doveva creare più tempo libero per chi la usava e, purtroppo, non l’ha fatto con costanza.
Sam Altman, numero uno di OpenAI, lo ha ammesso qualche giorno fa. Nel podcast Relentless di Ti Morse, pubblicato il 25 luglio, Altman ha detto che la tecnologia promette da molto tempo di farci lavorare meno, ma che la settimana lavorativa di quattro ore, tanto per dirne una, non è mai arrivata su larga scala ed è difficile che prenda piede. Il suo ragionamento è semplice: quando la produttività cresce, non ci accontentiamo di produrre la stessa quantità in meno tempo. Il meccanismo, secondo Altman, è diverso: si alzano le aspettative, si inventano nuovi bisogni, ci si sente in dovere di fare di più. Il guadagno di produttività alimenta dunque una nuova competizione e la previsione – drammatica! – di Altman è che, persino nel mondo della superintelligenza, “saremo tutti molto più occupati”. ActivTrak, azienda americana di software, ha recentemente analizzato 443 milioni di ore di attività di 163.638 dipendenti e ha fatto due calcoli. In un sottocampione di 10.584 utilizzatori, osservati per 180 giorni prima e dopo l’adozione dell’AI, il tempo trascorso in tutte le categorie misurate è aumentato: email del 104 per cento, chat e messaggi del 145 per cento, software gestionali del 94 per cento. Il terzo dato controintuitivo da sfruculiare nell’estate del panico dell’AI riguarda un altro elemento poco investigato. Nel dibattito pubblico, i ragionamenti sull’AI si concentrano spesso sul tema dei rischi di utilizzare troppo l’AI. Quello che sfugge, purtroppo, è un dato simmetrico: il rischio non è soltanto usare troppo l’AI, ma usarla male e finire per perdere tempo invece di guadagnarne. Un paper dell’ILO, l’International Labour Organization, pubblicato il 6 maggio, molto discusso tra gli addetti ai lavori, ha segnalato un paradosso interessante: l’AI aumenta molto la produttività nelle singole mansioni – generalmente dal 10 al 70 per cento – soprattutto nei compiti testuali ben definiti e per i lavoratori meno esperti. Ma il beneficio non si trasferisce automaticamente dai singoli compiti ai risultati aziendali: l’adozione è diseguale, è concentrata nelle imprese grandi e digitalizzate e spesso resta ferma ai progetti pilota. Dunque: l’AI viene utilizzata sempre di più, dato quantitativo, ma non tutte le aziende riescono ancora a trasformarne l’uso in produttività, dato qualitativo. Nell’estate del panico dell’AI, dunque, ci sono alcuni dati controintuitivi che dovrebbero farci riflettere, allontanandoci dagli scenari distopici e avvicinandoci alla realtà. I guadagni di produttività nelle singole mansioni ci sono già, ma a livello aziendale sono ancora diseguali e a livello generale non si vede ancora un aumento di produttività chiaramente attribuibile all’AI. L’apocalisse occupazionale annunciata, però, non c’è stata, almeno finora. E le potenzialità dell’intelligenza artificiale, in modo non previsto, hanno reso necessaria la ricerca di talenti, di piccoli coach, di commissari tecnici capaci di sapere come mettere in campo gli algoritmi. I profeti di sventura, per il momento, dovranno dunque dirottare i propri pensieri affettuosi verso altri ambiti. L’AI doveva produrre una disoccupazione di massa e, finora, non è accaduto. Doveva rendere il talento naturale meno seduttivo di quello artificiale, e per ora sembra aver reso ancora più prezioso il talento umano capace di governarla. L’intelligenza artificiale cambierà il mondo, e questo lo sappiamo, ma piuttosto che concentrare la nostra attenzione sul tema delle regole, su cosa fare per ingabbiarla, su cosa fare per fermarla, su cosa fare per normarla, varrebbe forse la pena fare uno sforzo in più e chiederci, nell’estate del panico da AI, cosa possono fare gli stati e le aziende per avere sempre più talenti capaci di usare l’intelligenza artificiale anche per combattere il catastrofismo universale promosso con pigrizia naturale dai nuovi e vecchi profeti di sventura.