Se i racconti scritti dall’AI sono più vicini ai gusti dei lettori

Esperimenti di scrittura creativa: lettori inconsapevoli la preferiscono a quella umana. Lo studio della Villanova University
15 AGO 26
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Foto di Andrea De Santis su Unsplash

I testi generati dall’intelligenza artificiale, ormai, non si distinguono più da quelli scritti da un essere umano. Fin qui, niente di nuovo. Ma c’è di più: le persone apprezzano maggiormente il lavoro dell’AI e ciò accade soprattutto quando credono, erroneamente, che quei testi siano stati scritti da un autore in carne e ossa. Lo sostiene uno studio della Villanova University, firmato da Sydney Sears e Deena Skolnick Weisberg e ripreso quasi subito dal Time e dal Guardian.
Qualche numero per orientarci meglio. I ricercatori fanno leggere sei brevi racconti a 1.682 partecipanti, chiamati a valutarne sia la qualità sia la capacità di coinvolgerli. A ciascuno viene indicato, correttamente oppure no, se il testo è stato scritto da una persona o da un sistema di AI.
I racconti generati dall’intelligenza artificiale sono giudicati di qualità superiore del 6 per cento e più coinvolgenti dell’8 per cento rispetto a quelli scritti da esseri umani. Inoltre, osservano i ricercatori, ricevono valutazioni ancora più elevate quando i partecipanti sono convinti che siano opera di un autore umano, in quel caso il giudizio aumenta di un ulteriore 3 per cento.
Lo studio prosegue con un secondo esperimento e offre altri elementi di riflessione. A un ulteriore gruppo di circa novecento persone vengono sottoposti altri testi, alcuni generati dall’intelligenza artificiale, altri scritti da esseri umani. Alla domanda su chi ne sia l’autore, i partecipanti rispondono correttamente nel 39 per cento dei casi in un test e nel 52 per cento nell’altro. “La familiarità con i sistemi di AI, precedentemente dichiarata, sembrava aiutare a riconoscere gli schemi tipici della scrittura generata artificialmente – dice Weisberg – questo suggerisce che migliorare l’alfabetizzazione sull’intelligenza artificiale potrebbe aiutare le persone a orientarsi nel nuovo mondo in cui viviamo, sempre più plasmato dall’AI. Chi invece afferma di possedere una formazione letteraria si dimostra meno preciso nelle proprie valutazioni”.
Dallo studio emerge anche un altro dato: i testi generati dall’AI sono spesso più vicini ai gusti dei lettori e più facilmente intelligibili. “I modelli che alimentano l’AI – osserva Cameron Jones, psicologo alla Stony Brook University non coinvolto nella ricerca – imparano a diventare una sorta di individuo medio, innocuo e accomodante, capace di piacere un po’ a tutti.”
Sulle colonne del Guardian, Luke Kennard, docente di Scrittura creativa all’Università di Birmingham, rincara la dose: “Essendo umani, tendiamo a personificare l’AI e a immaginarla come una sorta di robot luminoso con un volto benevolo e neutro, quando in realtà si tratta solo di un codice predittivo basato su un enorme database rubato di testi reali, fisicamente ospitato in vasti, costosi e distruttivi data center con ripercussioni catastrofiche per le comunità circostanti”. Kennard aggiunge che l’intelligenza artificiale non è uno “strumento” assimilabile a un correttore ortografico o a un dizionario dei sinonimi, bensì “una minaccia esistenziale”. Non è dello stesso parere Weisberg, che sottolinea come i sistemi di intelligenza artificiale siano già in grado di generare racconti brevi considerati almeno altrettanto validi, se non migliori, di quelli scritti da esseri umani, al punto da rendere necessario un aggiornamento della nostra idea di cosa l’AI sappia davvero fare.
In questo botta e risposta ci sembra però che la questione non sia legata solo al tema della “scrittura artificiale” – che pure ha un suo peso – quanto anche alla nostra idea di autenticità: quella per cui un racconto vale di più perché dietro c’è una biografia, una fatica, chissà quale intuizione o quale “penna”. Messa alla prova di un metodo scientifico, anziché affidata alla sola indignazione, quell’idea si rivela ciò che probabilmente è sempre stata: un pregiudizio estetico, rassicurante e quasi impossibile da riconoscere quando è il proprio.