L’AI priva di valore molte prove universitarie (la tesi su tutte). Si torni all’oralità

L’Università di Modena e Reggio ha messo a disposizione di docenti e studenti 30 mila licenze per usare l'intelligenza artificiale "come supporto". Ma comprendere concetti e rielaborare informazioni è esattamente il senso dello studio. Se lo deleghiamo all’AI, è come invitare a smettere di pensare. Una proposta
8 AGO 26
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Foto di Igor Omilaev su Unsplash

Vero progresso è quando tecnologia e mercato mettono a disposizione di molti ciò che un tempo era appannaggio di pochissimi: telecomunicazioni, viaggi in aereo, agrumi d’inverno, opere d’arte, anestesia in sala parto, diabete, obesità, indebitamento. Buone o pessime, certe cose non sono più rare come una volta. Tra queste c’è la scrittura automatica, un’invenzione dei surrealisti che buttavano giù parole di getto, senza riflettere, come posseduti, e che poi – visti i risultati abbastanza deludenti – nessuno, o quasi, si sognava di pubblicare. Le tesi di laurea degli ultimi vent’anni hanno massificato quel modello: scritte in trance dalla maggior parte degli studenti, i relatori, più che leggerle, le vagliano con scrutinio verticale. In pratica: facendo scorrere lo sguardo dall’alto in basso e mettendo a fuoco solo la parte centrale della pagina, perché tra i lacerti ed esaminarla per intero, comunque, non cambia molto. Mai nella storia ci furono così tante parole senza autore, né lettori.
Adesso che esiste l’AI, si sono aperte le cateratte. Visto che è impossibile vietare, si fa di tutto per normare. L’Università di Modena e Reggio ha messo a disposizione di docenti e studenti 30 mila licenze, quasi una a testa, precisando che “l’AI potrà essere impiegata come supporto per comprendere concetti complessi, sviluppare idee, svolgere attività di autovalutazione e rielaborare le informazioni”. Ma comprendere concetti e rielaborare informazioni è esattamente il senso dello studio. Se lo deleghiamo all’AI, è come invitare a smettere di pensare. Tra l’altro, non esistono software di rilevamento abbastanza efficienti, anche perché il discrimine tra scrittura umana e scrittura artificiale è ormai troppo sottile. Quindi, che fare? Tornare alla tradizione oralista dell’università italiana. Chiedere agli studenti di scrivere relazioni a manetta è un’abitudine nata nei seminari tedeschi dell’Ottocento e poi esportata nel mondo anglosassone, ma che, visti i tempi, si sta rivelando un boomerang. Gli esami orali portano via più tempo e sono più impegnativi per tutti, d’accordo. Ma proprio per questo sono più utili e probanti. Quanto alle tesi, sarebbe un’ottima cosa abolirle. Perché pretendere un esercizio di scrittura così complesso da ragazzi che sanno a malapena leggere un romanzo?
Cogliamo la palla al balzo: invece di fare le due domandine di rito a partire da un malloppo scritto non si sa da chi, che non metterebbero in difficoltà nemmeno Lucignolo e fanno sbadigliare gli astanti, trasformiamo la seduta di laurea in una discussione seria e approfondita di un tema concordato tra professori e studente. Solo così verrà messa alla prova la conoscenza della materia, la capacità di argomentare e di rispondere alle obiezioni. L’AI non ha ancora imparato a sudare davanti a una commissione. E senza mal di pancia e ansie da prestazione, che università sarebbe?