Tutti vogliono controllare l’AI. Ma nessuno sa davvero come

Si può chiedere più controllo pubblico, più concorrenza, più responsabilità delle imprese, più redistribuzione. Il problema è stabilire quali strumenti funzionino davvero senza bloccare una tecnologia che può produrre anche enormi benefici. L'appello di più di duecento economisti e una sfida per l'Europa

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Il dibattito su come controllare l’intelligenza artificiale è esploso. Papa Leone XIV, nella sua prima enciclica, ha chiesto che l’AI sia posta al servizio della persona, del lavoro e del bene comune e non diventi uno strumento di concentrazione del potere. Più di duecento economisti, premi Nobel, hanno sottoscritto l’appello “We Must Act Now”, chiedendo istituzioni capaci di governarne gli effetti sull’occupazione e sulla distribuzione del reddito. Il merito principale di quell’appello, al di là delle singole proposte, è forse un altro: ha reso evidente che ormai quasi tutti vogliono regolare l’intelligenza artificiale, ma nessuno sa davvero come farlo. Si può chiedere più controllo pubblico, più concorrenza, più responsabilità delle imprese, più redistribuzione. Il problema è stabilire quali strumenti funzionino davvero senza bloccare una tecnologia che può produrre anche enormi benefici.
Lina Khan, già presidente della Federal Trade Commission americana, propone di usare l’antitrust: impedire che poche società controllino insieme modelli, dati, chip, infrastrutture cloud e canali di distribuzione. Sullo sfondo ci sono le migliaia di cause contro Meta e le altre piattaforme social, accusate di avere progettato Instagram e Facebook in modo da creare dipendenza, soprattutto tra i minori. Non sono cause sull’AI in senso stretto, ma ricordano che gli algoritmi possono produrre danni collettivi molto prima che le autorità riescano a comprenderli e regolarli.
Anche OpenAI avrebbe proposto una partecipazione pubblica ai benefici economici dell’intelligenza artificiale trasferendo al governo degli Stati Uniti una quota pari al 5 per cento del proprio capitale e chiedendo che altre grandi imprese facessero altrettanto.
Le proposte sono dunque molto diverse: principi etici, antitrust, responsabilità civile, partecipazioni pubbliche, redistribuzione dei profitti. Una disciplina troppo debole rischia di arrivare quando i mercati sono già concentrati e i danni si sono prodotti. Una troppo rigida può invece bloccare applicazioni utili, favorire proprio le imprese dominanti che hanno più risorse per adeguarsi e lasciare indietro i paesi che la adottano.
E’ qui che il caso europeo diventa interessante. L’Europa è notoriamente accusata di non saper far crescere i nuovi settori ma solo regolamentarli. Ma in questo caso fa bene o male? Dal 2 agosto 2026 la regolazione europea entra direttamente nella vita delle imprese e delle organizzazioni che utilizzano sistemi di intelligenza artificiale. Non riguarda chi costruisce i grandi modelli (quelli notoriamente non sono europei), ma chi li usa nei propri processi, nei rapporti con clienti e lavoratori e nella produzione di contenuti. Alle imprese vengono richiesti obblighi di trasparenza, formazione, controllo sull’uso dei sistemi e individuazione delle responsabilità.
La domanda non è più soltanto se l’intelligenza artificiale vada regolata. E’ se questa regolazione sia utile abbastanza da giustificare i costi e la fatica dell’adeguamento per le aziende, oppure se finisca per diventare burocrazia inutile e dannosa. Questo è il vero banco di prova europeo.
Fin qui, secondo noi, la risposta è positiva. Già dal febbraio 2025 imprese e organizzazioni devono adottare misure perché chi utilizza strumenti di AI possieda competenze sufficienti a farlo consapevolmente. Dal 2 agosto diventa poi centrale l’articolo 50 dell’AI Act, che impone di rendere riconoscibile, in determinate circostanze, l’interazione con sistemi artificiali e la natura sintetica o manipolata di alcuni contenuti.
In pratica, un Comune o una azienda che usa un chatbot deve rendere chiaro quando il cliente parla con una macchina; un’agenzia immobiliare che pubblica immagini generate artificialmente deve darne la corretta indicazione; una società che usa l’AI nella selezione del personale deve sapere chi controlla lo strumento e chi risponde delle decisioni. Il principio è semplice: l’AI non può essere usata in modo invisibile e senza una responsabilità identificabile.
Ed è forse un bene che gli obblighi più importanti e più onerosi, soprattutto per i sistemi ad alto rischio, siano stati rinviati. Quando l’AI entra in decisioni che incidono direttamente sulla vita delle persone, la regolazione è certamente necessaria. Ma qui il rischio di sbagliare è molto più grande: regole premature possono congelare tecnologie ancora in evoluzione, creare costi enormi e favorire gli operatori più grandi.
L’Europa ha quindi davanti il problema decisivo: dimostrare che si può regolare l’intelligenza artificiale senza soffocarla. Fin qui l’AI Act sembra muoversi nella direzione giusta: trasparenza, competenze e responsabilità sono costi sopportabili e producono benefici comprensibili. Sulle regole più pesanti, invece, è meglio essersi dati più tempo. Perché oggi tutti vogliono controllare l’intelligenza artificiale. Il problema è che nessuno sa ancora fino in fondo come farlo.