La tartaruga batte Achille
Mentre l'America litiga, l'Europa fa progressi sul diritto alla riparazione
Da oggi la direttiva Ue deve essere recepita in tutti gli stati membri: se un bene è riparabile, il produttore è obbligato a farlo, anche fuori garanzia. Ricambi e software aperti ai laboratori indipendenti. Ma l'Italia è già in ritardo

Amburgo, un tecnico lavora su uno smartphone con lo schermo difettoso nel suo piccolo negozio specializzato in riparazioni e accessori (Christian Charisius/picture alliance via Getty Images)
Da oggi la direttiva europea sul diritto alla riparazione deve essere recepita in tutti gli stati membri. Non è la data di entrata in vigore del testo, che risale al 2024, ma il termine ultimo entro cui i governi devono tradurla in norme nazionali applicabili. Il principio è vincolante e uguale in tutti i ventisette paesi: lavatrici, aspirapolvere, biciclette elettriche, smartphone... se un bene è tecnicamente riparabile, il produttore è obbligato a ripararlo, anche fuori garanzia. Il prezzo deve restare “ragionevole”, i tempi altrettanto. I produttori dovranno mettere a disposizione ricambi originali e manuali anche fuori dalla propria rete di assistenza, aprendo l'accesso ai laboratori indipendenti. Una norma sola, applicabile subito in tutto il continente, almeno sulla carta.
Il confronto con gli Stati Uniti restituisce la misura di cosa significhi. Lì lo stesso principio avanza senza una regia, a colpi di cause antitrust, stato per stato. New York ha aperto la strada nel 2022 con il Digital Fair Repair Act, ma limitato all'elettronica digitale, dunque gli elettrodomestici sono esclusi. La California ci è arrivata nel 2023 con il SB 244, entrato in vigore l'anno dopo, sostenuto perfino da Apple, con una soglia di prezzo di 50 dollari sotto la quale l'obbligo non scatta e senza alcuna regola sul “parts pairing”, la pratica che lega via software un pezzo di ricambio a un singolo apparecchio, impedendo che un componente non originale funzioni. Il Colorado è arrivato solo quest'anno, ma con una legge più aggressiva, che quel legame lo vieta esplicitamente, e però con eccezioni per apparecchiature mediche e di sicurezza. Minnesota e Oregon si muovono su binari propri, con tempi di attuazione diversi tra loro. Insomma, in America non esiste una legge federale. Il punto di riferimento resta la Federal Trade Commission, che dal 2021, con il rapporto “Nixing the Fix”, documenta le pratiche restrittive dei produttori, senza però essere mai arrivata a una regolamentazione vera e propria. L'azione più incisiva è stata giudiziaria: John Deere ha patteggiato 99 milioni di dollari con gli agricoltori che rivendicavano il diritto di riparare i propri trattori, e resta sotto procedimento della Ftc. Un quarto della popolazione americana vive oggi in uno stato con una legge sulla riparazione in vigore. Gli altri tre quarti no, e le regole cambiano se ci si sposta da uno stato all'altro.
Almeno stavolta, la tartaruga ha battuto Achille. L'Europa, il continente che spesso si racconta come il regno della burocrazia elefantiaca e zavorrante ha, in questo caso, anticipato la patria del libero mercato. Non tanto per virtù ideologica, certo, ma perché una direttiva unica evita ventisette negoziati locali, ventisette battaglie di lobbying, ventisette compromessi diversi sullo stesso principio.
Il monopolio che si allenta e due problemi
La parte più concreta della direttiva riguarda la concorrenza tra chi ripara. Fino a oggi i produttori hanno tenuto i laboratori indipendenti fuori dal mercato dell'assistenza, bloccando via software le riparazioni non autorizzate – per esempio tramite la serializzazione dei componenti, che lega un pezzo di ricambio a un singolo apparecchio e disattiva funzioni o segnala un guasto se il componente non risulta “abbinato” con un software proprietario – o negando l'accesso ai ricambi originali. Un controllo verticale sull'intero ciclo di vita del prodotto, che teneva il costo della riparazione vicino a quello dell'acquisto di un pezzo nuovo. “Prima eravamo ai margini del processo, adesso siamo messi finalmente al centro dell'assistenza”, ha spiegato a Vanity Fair il presidente Cna riparatori elettrodomestici, Mattia Borghi. Una frase che si può leggere come il sollievo della categoria, ma anche come certificazione che un cartello si sta aprendo.
Resta un margine di dubbio, che riguarda l'esecuzione. Nel testo si legge che la riparazione deve avvenire “gratuitamente o a un prezzo ragionevole” ed “entro un tempo congruo”: definizioni vaghe, affidate più che altro alla pressione concorrenziale del mercato. L'esperienza suggerisce che le multinazionali sapranno usare quella vaghezza a proprio vantaggio, magari vendendo pacchetti di estensione della garanzia prima che scada. Il vero banco di prova sarà tra un anno: entro il 31 luglio del 2027 la Commissione europea dovrà attivare una piattaforma unica per mettere in contatto consumatori, riparatori indipendenti, venditori di beni ricondizionati e iniziative di riparazione partecipativa come i Repair Café.
Inoltre, l'Italia arriva già in ritardo su una scadenza che non era nemmeno la prima disponibile: la direttiva risale al 2024, gli stati membri hanno avuto due anni per prepararsi, ma da noi il decreto legislativo di recepimento è stato comunque prorogato di altri tre mesi. Altroconsumo, in un intervento del responsabile relazioni esterne Federico Cavallo, conferma che l'iter parlamentare italiano slitterà a fine agosto. L'associazione segnala inoltre due lacune: il governo non ha previsto incentivi economici per la riparazione, a differenza per esempio della Francia con i suoi voucher, e le nuove regole avranno comunque un periodo transitorio di circa un anno prima di produrre effetti concreti per i consumatori.
