screenshot. cose dai nostri schermi
Stanno tornando i "glassholes"?
A quasi quindici anni dal lancio e dal flop dei Google Glass, l'industria ci sta riprovando, con gli occhiali smart. La tecnologia è migliorata, così come il design in generale; rimane però un dubbio: la gente si fida di chi li indossa?
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Foto ANSA
Nel 2012 Google presentò i suoi Google Glass, degli occhiali intelligenti di cui si parlava già da tempo, con una messinscena studiata per essere il più possibile spettacolare. Durante il Google I/O, l'evento annuale dell'azienda, un gruppo di paracadutisti si lanciò da un aereo che sorvolava San Francisco, atterrò sul tetto della sala conferenze e raggiunse il palco a bordo di biciclette BMX. Tutti indossavano i Glass, e riprendevano la scena in prima persona.
L'accoglienza fu entusiastica. Quegli occhiali sembravano davvero il futuro. Nel giro di pochi mesi, però, il progetto si scontrò sia con i limiti tecnologici dell'epoca sia con una resistenza culturale: chi indossava i Glass non veniva percepito come un early adopter, o come una persona estremamente cool, ma finiva per essere etichettato come "sfigato", quando non apertamente inquietante. Nacque in quel periodo il termine glasshole, crasi tra glass e asshole, che si diffuse rapidamente e accompagnò il progressivo abbandono del prodotto da parte di Google. Quella parolina fu l’inizio della fine del sogno di Sergey Brin, il cofondatore di Google che più di ogni altro puntò sui Glass.
Quindici anni dopo, la stessa dinamica sembra pronta a ripetersi davanti ai nostri occhi – questa volta attorno a Meta, che oggi guida il mercato degli occhiali smart. Il vantaggio dell'azienda deriva in parte dalla collaborazione con EssilorLuxottica, che produce i modelli a marchio Ray-Ban e altri brand del gruppo, e in parte da iniziative indipendenti, come la linea di occhiali realizzata insieme a Kylie Jenner.
Meta ha puntato sin da subito su moda, lusso e influencer. Insomma, la coolness. L’obiettivo è di presentare questi dispositivi come accessori normali e alla moda, grazie anche a un design meno sperimentale di quello di Google. Anche Google, va detto, aveva provato una strada simile, portando i propri occhiali nelle fashion week di mezzo mondo, passando persino per un servizio sul numero di settembre 2013 di Vogue. Non bastò: nemmeno la macchina di pubbliche relazioni di Anna Wintour poté nulla contro la sfiga emanata dal dispositivo.
L’aspetto degli occhiali smart non è però il vero problema, che rimane invece culturale e sociale, più che di design. Questi occhiali – in grado tra le altre cose di riprendere quello che l’utente vede – continuano a suscitare in molte persone disagio e imbarazzo, oltre che rappresentare una possibile invasione della privacy altrui. Ovviamente questo non vale per chi li usa mentre fa snowboard o surf, un po’ alla GoPro, ma per tutte le persone che hanno usato gli occhiali Meta Ray-Ban per importunare le persone o riprenderle senza il loro consenso.
E non sono poche. Alcune settimane fa l'influencer Livvy Dunne ha chiesto pubblicamente ai suoi follower di smettere di seguirla e filmarla negli aeroporti, specificando che diversi tra questi utilizzavano occhiali Meta. Pochi giorni fa la cantante Lorde, dal palco di un festival sponsorizzato da Meta, ha detto "fuck the glasses", aggiungendo che non li considera sexy.
E poi ci sono i soprannomi, i nomignoli. Se una quindicina d’anni fa andava di moda il termine “glasshole”, oggi si parla di “pervert glasses” (occhiali da pervertito): non un ottimo branding per Meta.
C’è comunque da precisare che Meta non è l’unica a investire in questo tipo di dispositivi. Snap ha da poco presentato i suoi occhialoni smart e anche Apple, Google e Samsung sono pronti a invadere il mercato con le loro proposte. Per non parlare dei molti marchi cinesi come Even Realities, che propongono prodotti di ogni tipo.
E poi c’è Halliday, azienda che ha scelto una strada diversa, proponendo un paio d’occhiali sottili, con sensori e microfoni ma sprovvisti di fotocamera. L’idea è che l’utente possa usarli per alcune funzionalità “smart”, ma non per riprendere tutto quello che lo circonda. Chissà, potrebbe essere la strada giusta per sfuggire all’etichetta radioattiva di “pervert glasses”.
O forse non c’è speranza: una parte delle persone non vuole essere ripresa da questi cosi. Le aziende tecnologiche stanno spendendo miliardi per far loro cambiare idea.