Dalla California al Trentino, due esempi su come territori e Ai possono convivere

A Monterey Park i cittadini hanno ottenuto il divieto ai data center, simbolo di una diffidenza che colpisce l’Ai più dello streaming. Tra consumi, acqua e scarsa trasparenza, il caso californiano mostra che senza fiducia ogni impianto diventa un bersaglio

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Foto Ap, via LaPresse

A Monterey Park, sobborgo a maggioranza asiatico-americana della San Gabriel Valley nella contea di Los Angeles, California, gli abitanti hanno ottenuto quello che nessuna città americana era finora riuscita a fissare in modo definitivo: il divieto permanente ai data center, sancito da un voto popolare che un futuro consiglio comunale non potrà cancellare con una semplice delibera. Tutto comincia quando una coppia di residenti scopre che l’amministrazione locale sta per approvare un centro dati di circa ventitremila metri quadrati a poche centinaia di metri dalle loro case. Da lì nasce una mobilitazione che porta prima a una moratoria comunale, poi a un referendum: la Measure Ndc (il quesito referendario sottoposto agli elettori, la cui sigla sta verosimilmente per “No Data Centers”) passa nel giugno scorso con oltre l’86 per cento dei voti, vietando i data center su tutto il territorio, con una clausola che ne blocca la revoca senza un altro voto popolare.
Il caso californiano non è isolato: negli Stati Uniti sono state proposte oltre cento moratorie locali contro i nuovi impianti, mentre Paesi Bassi e Irlanda hanno introdotto restrizioni analoghe, poi in parte allentate. Ciò che colpisce non è tanto la diffusione della protesta, quanto la sua natura selettiva. Il bersaglio è quasi sempre il data center associato all’intelligenza artificiale, con argomenti validi: un consumo elettrico equiparabile a intere cittadine, prelievi idrici per il raffreddamento, impatto sulle bollette dei residenti. Resta però una domanda posta con minore insistenza: perché lo stesso tipo di infrastruttura, quando serve a far scorrere una serie tv invece che ad addestrare un modello linguistico, non produce lo stesso allarme. I capannoni, i server, gli impianti di raffreddamento sono gli stessi, così come la sete d’acqua e la fame di elettricità. Eppure nessuno, guardando un episodio di una serie Netflix la sera, si sente – o, peggio, viene additato – come un inquinatore. La differenza non sta nei numeri, che giocano semmai a favore dell’Ai a parità di tempo trascorso davanti agli schermi, quanto nella simbologia: l’Ai arriva con un corollario di narrazione di rottura improvvisa, tra promesse di superintelligenza e timori sulla sostituzione del lavoro, mentre lo streaming offre un beneficio immediato e riconoscibile, la serie che si vuole vedere.
Guardare ai numeri italiani aiuta a ridimensionare la scala del problema, prima ancora che la sua natura. Nel mondo, a fine 2024, risultano censiti oltre diecimila data center, più della metà negli Stati Uniti e circa un quinto nell’Unione europea. L’Italia ne conta poco più di 170, con una potenza installata intorno ai 500 megawatt: tredicesima al mondo, quarta in Europa, per un consumo elettrico annuo intorno al 2 per cento della domanda nazionale. Numeri in rapida crescita, ma ancora lontani dalla scala americana, dove singoli campus hyperscale (i mega data center delle grandi piattaforme cloud, di dimensioni e potenza molto superiori alla media) possono richiedere da 100 a 500 megawatt continui, l’equivalente di interi quartieri urbani.
In questo quadro si inserisce un caso che meriterebbe più attenzione: Intacture, il data center inaugurato in Val di Non, in Trentino, dentro una miniera di dolomia ancora attiva, a cento metri di profondità. Nato da una collaborazione fra Università di Trento e imprese locali con fondi del Pnrr, il datacenter punta a un indice di efficienza energetica sotto 1,25, contro una media sudeuropea di 1,6, raffredda i server senza consumare acqua grazie a circuiti chiusi, ed è alimentato al cento per cento da fonti rinnovabili, soprattutto idroelettrico locale: un esempio concreto di come un’infrastruttura digitale possa convivere con un territorio fragile invece di sottrargli risorse. Ha però un limite da sottolineare con altrettanta chiarezza: la sua capacità installata arriva a sei megawatt scalabili, una frazione minima rispetto ai cento o duecento megawatt di un singolo impianto hyperscale per l’addestramento dei grandi modelli. Intacture dimostra comunque che si può fare meglio, se non costruiamo i data center in the middle of nowhere, come negli Stati Uniti.
Resta un elemento che a Monterey Park emerge con chiarezza e che riguarda la fiducia più che l’energia: buona parte dell’opposizione locale nasceva dalla scarsa trasparenza del promotore durante la fase istruttoria. Quando manca fiducia nell’attore economico, ogni dato tecnico diventa terreno di scontro. Il voto californiano segnala semmai qualcosa sul piano relazionale più che meramente tecnico: non basta rispettare i limiti tecnici sui consumi, serve costruire un rapporto con chi vive accanto a quegli impianti, prima che la diffidenza verso una tecnologia percepita come estranea si trasformi in un divieto scritto nel piano regolatore.