Il ciclo di Clippy delle AI

La sequenza è sempre la stessa: un’azienda crea una sua intelligenza artificiale e muore dalla voglia di imporla, col rischio di spingerla troppo e peggiorare l’esperienza dei suoi utenti. Forse Siri AI seguirà lo stesso percorso di Copilot: dilagherà, rovinerà qualcosa, poi si ridimensionerà. Per un po' sarà scomodo. Poi però passa

13 GIU 26
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Foto Ansa

All'inizio era Clippy, la graffetta con gli occhi che Microsoft lanciò negli anni Novanta per assistere gli utenti Windows alle prime armi. Peccato che Clippy fosse estremamente limitata e finisse per infastidire chi se la vedeva comparire a caso sullo schermo a offrire una mano. La risposta era sempre la stessa: no, grazie. Quando fu ritirata nel 2001, in pochi piansero (e da allora Clippy sopravvive solo come meme ironico per nostalgici). A quasi trent’anni da allora, il ciclo sembra ripetersi. La graffetta è cresciuta e si è reincarnata nell'intelligenza artificiale che aziende come OpenAI, Google, Microsoft e Apple spingono in ogni loro prodotto. Il problema è che questo ha generato una specie di ansia da prestazione collettiva: l'AI dev’essere ovunque, su ogni app, ogni finestra, ogni barra degli strumenti. E la presenza non è sempre gradita.
Il caso Microsoft è il più istruttivo. Nella seconda metà del 2025, l'azienda era stata criticata per aver compromesso l'esperienza d'uso di Windows 11 pur di promuovere Copilot, il suo assistente AI. Copilot spuntava ovunque: nelle finestre di sistema, nelle app preinstallate, su Excel, nei menu. Peggio di Clippy, dicevano, e non era un complimento. Alla fine Microsoft ha fatto marcia indietro, lo scorso marzo, ritirando o ridimensionando molte di queste integrazioni. Nel comunicato che annunciava la retromarcia si leggeva dell'intenzione di «integrare l'AI dove è più utile»: nel gergo aziendale, un mea culpa. Ci si aspetterebbe che un precedente simile funzionasse da deterrente. Non è andata così, a giudicare da quello che sta facendo Google, che ha da poco aggiornato Gemini integrandola ancora più a fondo nella propria suite. Gemini è ovunque – su Gmail, Google Calendar, Google Drive, Google Docs – sotto forma di icona a stelline che implora di essere cliccata. In sé il modello funziona: apri il chatbot, fai una domanda, ottieni una risposta. È l'integrazione nelle altre superfici a creare i problemi, soprattutto dopo quest'ultimo aggiornamento.
Il punto è che non serve il modello più potente sul mercato per tradurre una frase o riformulare un paragrafo. E invece la nuova Gemini è stata potenziata al punto che qualsiasi richiesta, anche banale, innesca un lungo ragionamento: analisi del contesto, connessione a Google Drive, lettura della posta. Lo si vede soprattutto su Google Docs: fino a poche settimane fa, gli utenti del piano AI Pro potevano selezionare del testo e ricevere suggerimenti in tempo reale. Ora invece si aspetta mentre Gemini “ragiona” e consulta i dati di Google Drive o Gmail, anche per le task più elementari. È la maledizione di Copilot, che poi è quella di Clippy: il momento in cui un assistente diventa così invasivo da cancellare ogni suo contributo positivo.
La domanda è chi verrà dopo, ma forse il candidato ideale è Apple, che questa settimana ha presentato la nuova Siri potenziata dall'intelligenza artificiale. Per far funzionare il progetto, Apple ha stretto un accordo con Google per integrare Gemini all'interno di Apple Intelligence, creando Siri AI. Il ciclo quindi è già iniziato: un’azienda crea una sua AI e muore dalla voglia di imporla, col rischio di spingerla troppo e peggiorare l’esperienza dei suoi utenti. C'è chi pensa che Apple sia al riparo da errori di questo tipo. Può darsi, ma gli ultimi anni hanno dimostrato che l'infallibilità non è più così di casa a Cupertino: dopo il primo lancio fallimentare di Apple Intelligence e il caso Vision Pro, ci si può aspettare di tutto. Forse Siri AI seguirà lo stesso percorso di Copilot: dilagherà, rovinerà qualcosa, poi si ridimensionerà. Per un po' sarà scomodo. Poi però passa.