Il blocco delle AI perde pezzi

Donald Trump ha firmato l'ordine esecutivo sull'intelligenza artificiale che da qualche settimana era sulla sua scrivania. Una prima "rottura" dell'alleanza di ferro tra movimento MAGA e settore tecnologico

6 GIU 26
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Foto Lapresse

La settimana scorsa Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo sull'intelligenza artificiale. Di per sé, non sarebbe una notizia sorprendente in qualsiasi altra presidenza ma in questo caso la notizia ha fatto molto discutere per via dei noti legami tra l'amministrazione e il settore tecnologico.
Trump viene spesso definito un presidente “transazionale”, cioè che ragiona per scambi: se tu vuoi questo da me, mi devi dare questo. Eufemismi politici a parte, questa transazionalità è da sempre chiara al cosiddetto “Big Tech”, ovvero le principali aziende tecnologiche statunitensi, che hanno individuato in Trump un candidato disposto a seguire le loro indicazioni. Tra tutte, quella di non legiferare sul settore, evitando leggi e regolamenti su ambiti sregolati come quello dell’intelligenza artificiale.
 E così è stato. In cambio, Trump ha ricevuto il loro supporto e una presenza ormai fissa nella Casa Bianca, dove è uno sfilare continuo di CEO tecnologici (sempre sorridenti, senza quell’espressione incerta tipica della prima amministrazione trumpiana). Per non parlare del dietrofront fatto dalla Silicon Valley su questioni legate alla diversità e all’inclusività (i programmi detti anche “DEI”), osteggiati dalla destra americana.
L’ordine esecutivo di questa settimana ha rotto questo incantesimo. Era da settimane che l’amministrazione Trump valutava un provvedimento simile – a fine maggio, ad esempio, la sua firma fu rimandata all’ultimo in seguito alle pressioni del settore tecnologico. Qualcosa, quindi, è cambiato: ma cosa?
I fattori in gioco sono molti. Il primo si chiama Mythos, è un modello AI di Anthropic, l’azienda che sviluppa il chatbot Claude: da qualche mese ormai l’amministrazione ha accesso a questo modello, che si è rivelato molto veloce a trovare – e potenzialmente sfruttare – falle nei sistemi di sicurezza. Anche quelli considerati da tempo sicurissimi. Qualcuno lo ha definito una bomba atomica informatica, non senza una certa enfasi.
 Quel che è certo è che Mythos ha spaventato anche chi era favorevole al laissez-faire nel settore, ispirando un ordine esecutivo che, per quanto timido, cerca di dare un minimo di regole alle aziende. Le quali dovranno rendere disponibili alle agenzie governative i loro nuovi modelli avanzati almeno 30 giorni prima della loro distribuzione pubblica; è prevista anche la creazione di un centro di coordinamento per la sicurezza informatica in ambito AI, con il compito di analizzare le vulnerabilità del settore. Il tutto, sia chiaro, è su base volontaria, a conferma dell’approccio soft trumpiano.
 Norme blande,  zero sanzioni, meccanismi di controllo embrionali. Eppure il segnale conta perché un'amministrazione che aveva fatto della deferenza verso l’industria tecnologica una postura quasi ideologica, ha deciso di sfiorare un settore che fino a ieri sembrava intoccabile. Vale la pena ricordare, a margine, che quando Joe Biden propose qualcosa di analogo – in quel caso con obblighi effettivi, non su base volontaria – fu accusato di essere un comunista deciso a ostacolare il progresso americano e favorire l’ascesa della Cina.
 Tutta colpa di Mythos, quindi? Non si direbbe: un’altra spiegazione “ufficiosa” riguarda la politica interna e in particolare la scarsa popolarità, soprattutto negli Stati Uniti, del settore dell’AI, percepito da molti come opaco e fuori controllo. Alcuni sondaggi indicano che circa il settanta per cento della popolazione è contraria alla costruzione di nuovi data center nelle proprie comunità. Con le elezioni di metà mandato che si avvicinano, forse il tentativo era di distanziarsi – anche di pochissimo – da un ambito così controverso.
 C'è poi una pressione dal basso che l'ordine esecutivo sembra almeno in parte voler contenere. Senza una legge federale (finora ostacolata da Trump), sono gli stati a muoversi sempre più velocemente per regolamentare le AI. L'Illinois, pochi giorni prima della firma di Trump, ha approvato una legge, simile a quelle già in vigore in California e a New York, che impone valutazioni esterne sulle politiche di sicurezza delle aziende AI. Gruppi industriali vicini a imprenditori tecnologici come Marc Andreessen hanno lavorato per bloccare queste iniziative a livello statale, senza riuscirci.
 Che Big Tech stia attento, quindi. Perché a Trump piace circondarsi di potenti e ricchissimi, a patto che lo facciano sembrare potente e grande; ma gli piace anche molto dare la colpa a chiunque sia a lui vicino dei problemi che lo circondano. Soprattutto se è stato lui a crearli.