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Al processo contro OpenAI e un'amara verità del settore dell'AI
Il processo intentato da Elon Musk contro l'azienda di ChatGPT che lui stesso aveva contribuito a fondare nel 2015 si è concluso senza lasciare tracce, se non una conferma piuttosto scomoda su chi governa il settore dell'intelligenza artificiale. A cosa è servito tutto questo? E che cosa ci ha insegnato? Difficile dirlo
23 MAG 26

Foto ANSA
La giuria ci ha messo appena due ore. Abbastanza per riunirsi, constatare che le accuse erano prescritte e rimandare tutti a casa. Il processo intentato da Elon Musk contro OpenAI – l'azienda di ChatGPT che lui stesso aveva contribuito a fondare nel 2015 insieme a Sam Altman e ad altri imprenditori della Silicon Valley – si è concluso senza lasciare tracce, se non una conferma piuttosto scomoda su chi governa il settore dell'intelligenza artificiale.
La storia ufficiale, per anni, aveva raccontato che Musk aveva lasciato OpenAI anche per concentrarsi su Tesla. In realtà, però, i fatti sono andati diversamente, come aveva a suo tempo svelato il sito Semafor: Musk aveva tentato di scalzare Altman e prendere il controllo dell'azienda; il tentativo era fallito, e Musk era stato cacciato. Per qualche anno la cosa non sembrò disturbare quest’ultimo, alle prese con l’ascesa di Tesla: la messa online di ChatGPT e il suo clamoroso successo ha cambiato tutto. Da quel momento in poi, il risentimento nei confronti di Altman è montato, culminando in questa causa.
Fin dall’inizio, il piano di Musk non sembrava destinato a funzionare. Durante la prima settimana lo stesso Musk è apparso in difficoltà, alle prese con una giuria che apertamente non lo apprezzava, e ben presto i materiali portati dall’accusa e dalla difesa si sono dimostrati non all’altezza. Qualche indiscrezione interessante, molto gossip, ma nessuna pistola fumante.
A uscirne male non è stato soltanto Musk. Anche Sam Altman e Greg Brockman, altro dirigente di OpenAI, non hanno fatto una grande figura, anche se a Musk non c’è stata la “character assassination”. L'eccezione è stata forse Satya Nadella, amministratore delegato di Microsoft, che dal 2019 è partner strategico di OpenAI, e si è rivelato essere “l’adulto nella stanza” in un’aula di tribunale spesso dominata da risentimenti un po’ infantili. A un certo punto ha persino detto che OpenAI gli era sembrata, durante la crisi del 2023 nel corso della quale Altman fu cacciato e reintegrato nel giro di cinque giorni, "Amateur City". La fiera dei dilettanti.
Ecco, forse una cosa è riuscita a farla, questo processo: dimostrare il divario tra un gigante del settore tecnologico come Microsoft e aziende più giovani e animate da CEO carismatici ed eccentrici. Insomma, più che rivelare qualcosa, la causa ha confermato quello che si poteva intuire da tempo: alcune delle aziende più importanti nel campo dell'intelligenza artificiale sono guidate da persone che sembrano intrappolate in rancori personali degni di una soap opera. Non il tipo di rivalità tra uomini d'affari che si supera quando si presentano opportunità comuni ma qualcosa di più personale e meno gestibile.
Musk e Altman si detestano. E anche Altman e Dario Amodei, fondatore della concorrente Anthropic, hanno un rapporto molto teso (del resto Anthropic nacque da transfughi di OpenAI che si ribellarono ad Altman). Sullo sfondo, una figura che ha saputo tenersi fuori da tutto: Demis Hassabis, fondatore di DeepMind, il laboratorio di ricerca sull'intelligenza artificiale acquisito da Google nel 2014.
Quella acquisizione aveva preoccupato moltissimo Musk e Altman all'epoca, convinti che fosse necessario fare qualcosa per contrastare l'avanzata di Google. Fu in parte questa paura a spingerli a fondare OpenAI. Hassabis, nel frattempo, ha continuato a lavorare da Google. Non ha partecipato alle dispute pubbliche, non ha intentato processi, non ha rilasciato dichiarazioni provocatorie: mentre gli altri si scannavano in aula, lui è rimasto la figura più credibile del settore. È bastato stare fermo (o meglio, concentrarsi sul trasformare Google, come ha confermato l’azienda questa settimana, presentando innumerevoli nuove funzionalità basate sulle AI).
E così il processo dell’anno – almeno nel settore tecnologico – è finito. Musk farà appello, probabilmente, ma intanto non è riuscito davvero a danneggiare OpenAI, i cui problemi sono causati da Altman e compagnia, più che da agenti esterni. In compenso, questi giorni hanno offerto un quadro piuttosto chiaro delle persone ai vertici delle organizzazioni che stanno sviluppando la tecnologia più trasformativa degli ultimi decenni. E c’è poco da stare tranquilli.



