Via col vento?

Ieri l’agenzia di rating Fitch ha abbassato il giudizio sull’Italia (da A- a Bbb+) per via del “risultato inconcludente” delle elezioni politiche (la piccola agenzia indipendente Dbrs è stata la prima a rivedere il suo giudizio dopo il voto). La decisione arriva mentre in Eurozona la deflazione peggiora, la disoccupazione va verso il 12 per cento e la Banca centrale europea prevede una riduzione del pil dello 0,5 per cento per quest’anno.
9 MAR 13
Ultimo aggiornamento: 14:52 | 17 AGO 20
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Ieri l’agenzia di rating Fitch ha abbassato il giudizio sull’Italia (da A- a Bbb+) per via del “risultato inconcludente” delle elezioni politiche (la piccola agenzia indipendente Dbrs è stata la prima a rivedere il suo giudizio dopo il voto). La decisione arriva mentre in Eurozona la deflazione peggiora, la disoccupazione va verso il 12 per cento e la Banca centrale europea prevede una riduzione del pil dello 0,5 per cento per quest’anno. La ripresa europea del 2014 viene così ridimensionata all’1 per cento. Ciò significa, di conseguenza, che difficilmente l’Italia recupererà punti di pil, vista anche la contrazione del 2012-2013. Ma il maggiore quesito è su quali basi si regge l’assunto per cui dopo la recessione si verificherà un rimbalzo positivo del pil dell’Eurozona per l’anno prossimo. Non sono in programma azioni di politica monetaria, non sembra che la Bce intenda abbassare il suo tasso di riferimento, almeno nell’immediato e, soprattutto, non pare che si appresti ad adottare nuovamente misure non convenzionali di credito alle banche (ieri è stato il Centro studi di Confindustria a lanciare l’allarme per la terza ondata di credit crunch in Italia). Inoltre, non si intravede un piano di rilancio svoluppista da parte dell’Unione europea.
Sembra, dunque, che per il rimbalzo dalla recessione alla crescita ci si affidi alla spinta del commercio estero e ai mercati finanziari derivante dalla ripresa negli Stati Uniti: il risultato degli interventi non convenzionali della Federal Reserve che hanno anche consentito alle grandi banche americane di essere pienamente solvibili nonostante la crisi. La disoccupazione americana in febbraio è scesa al 7,7 per cento, le società erogano 300 miliardi di dollari di dividendi e ciò darà altro carburante ai consumi e agli investimenti. Ma la ripresa degli Stati Uniti non sarà un boom. Per l’Europa sperare (e aspettare) ancora che arrivi il traino della locomotiva americana è un mero espediente. Per noi italiani si aggiunge il “pilota automatico” evocato da Mario Draghi, consistente nell’automatico rispetto dei vincoli di bilancio prescritti (salvo chiedere aiuto alla Bce). Se cavalcare la debole onda di crescita in arrivo da Washington e affidarsi al pilota automatico di Draghi sono le sole ricette europee, è evidente che non possiamo contare sulla regia dell’Europa per risolvere i nostri problemi. Dobbiamo farlo da noi.